In Usa chi sbaglia in Italia non paga

Dalla strage del Cermis ad Abu Omar: gli americani sempre impuniti

Un Paese dove i carabinieri si approfittano delle studentesse ubriache, dove i fermati vengono legati e ammanettati, dove si può venire accusati di omicidio senza prove, e dove i magistrati «sono famigerati per forzare la legge ai loro scopi». Ecco, così la giustizia italiana viene vista oltreoceano, ogni qualvolta un cittadino a stelle e strisce si trova a fare i conti con l'apparato giudiziario del nostro Paese: come vittima o come indagato, poco cambia. Per gli americani, la giustizia italiana è una giustizia da cui stare alla larga. Di fatto, il putiferio sollevato dalle foto di Gabriel Hjorth lo studente americano accusato dell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, è solo l'ultima puntata di una storia di rapporti difficili, su questo tema, tra Italia e Usa. La sciagurata iniziativa del carabiniere romano che ha scattato e divulgato le foto sembra fatta apposta per risollevare diffidenze che esistono da decenni. E che sembrano riguardare non solo l'opinione pubblica americana ma anche, e soprattutto, le autorità di governo.

Dal Cermis al caso Calipari al caso Abu Omar, tutte le volte che hanno potuto le autorità Usa hanno sottratto i loro cittadini alla giustizia italiana, trovando (va detto) una certa acquiescenza del nostro governo. E quando nelle grinfie della nostra magistratura qualche americano ci è comunque finito, la narrazione arrivata in patria è stata quella di una giustizia semibarbara: è il caso di Amanda Knox, la ragazza dal bel visino condannata e poi assolta per l'uccisione a Perugia della britannica Meredith Kircher. E infatti ieri il difensore della Knox interviene sull'episodio della foto dello studente: «Anche Amanda fu portata in questura senza avvocato e fece una confessione. La Corte Europea stabilì che c'era stata violazione del diritto di difesa, quindi di un diritto umano».

I casi eclatanti non sono molti, ma la «fuga» degli americani dalla giustizia italiana è un fenomeno diffuso, e riguarda soprattutto i militari delle basi Usa in Italia, che spesso ne combinano di tutti i colori - come denunciò a suo tempo il sindaco di Vicenza - e vengono regolarmente sottratti al processo anche se accusati di reati comuni, dalle risse agli stupri, che con lo status militare non hanno niente a che fare. Nel 2014 una inchiesta del Fatto calcolò che il 90 per cento dei militari americani incriminati in Italia ottiene di essere trasferito in patria, ufficialmente per esservi giudicato: in realtà il ministero della Giustizia italiano non ha la più pallida idea della sorte effettiva di questi processi.

Dei casi celebri almeno si sa almeno come vanno a finire, ma non sono dati confortanti. Richard Ashby e Joseph Schweitzer, pilota e navigatore del jet Usa che il 3 febbraio 1998 tranciò i cavi della funivia del Cermis, in Trentino, ammazzando i venti occupanti della cabina, furono riportati in patria e assolti dall'accusa di omicidio colposo plurimo, anche se l'inchiesta italiana aveva appurato che per divertirsi viaggiavano, invece che all'altezza minima di 2mila piedi, ad appena 360 piedi (110 metri, praticamente rasoterra). Vennero condannati solo per avere nascosto delle prove, ma anche i loro comandanti non erano stati da meno: nella base di Aviano, la Procura di Trento trovò il jet già smontato e pronto per la spedizione. Stessa sorte per Mario Lozano, il soldato americano che a Baghdad nel marzo 2005 aprì il fuoco sull'auto su cui viaggiava Nicola Calipari del Sismi, uccidendolo: la giustizia italiana rinunciò a processarlo (dopo energiche pressioni americane), e in patria non gli è successo niente. Per non parlare degli agenti della Cia che nel 2003 a Milano rapirono un imam egiziano: identificati, processati e condannati, ma stanno tranquilli in patria. A Washington il nostro governo non ha mai chiesto la loro estradizione.