Valutazioni in corso, discussioni e riflessioni. Gli Stati Uniti stanno soppesando attentamente la controproposta iraniana. E inevitabilmente, anche se sul tavolo sono molte le questioni ancora irrisolte, tutto o quasi passa dalla riapertura dello stretto di Hormuz, in un tira e molla tra Washington e Teheran che va avanti da settimane. Che questo sia il nodo chiave lo confermano anche le parole del segretario di Stato Usa Marco Rubio. "Da Teheran una non apertura. Quello che intendono è: sì, lo Stretto è aperto a patto che vi coordiniate con l'Iran, otteniate il nostro permesso, oppure vi facciamo saltare in aria e ci pagate. Non possono normalizzare, e noi non possiamo tollerare che cerchino di farlo, un sistema in cui sono gli iraniani a decidere chi può accedervi", ha detto Rubio.
Parole non proprio concilianti anche se Rubio non chiude a un accordo. "Credo che facciano sul serio considerati tutti i problemi che l'Iran aveva già. La loro economia è in ginocchio e devono far fronte a sanzioni paralizzanti imposte da tutto il mondo. E ora si ritrovano con la metà dei missili, senza più fabbriche, senza marina e senza aviazione. Tutto ciò è stato distrutto", facendo intendere una volta di più che il dialogo sia in discesa per gli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni bellicose del regime. Ma il clima generale extra-narrazioni non è dei migliori. Secondo il cancelliere tedesco Friedrich Merz infatti "un'intera nazione è stata umiliata dalla leadership iraniana", affermando che "gli Stati Uniti sono entrati in questa guerra senza alcuna strategia e gli iraniani sono chiaramente più forti di quanto ci si aspettasse". Non amichevole con Washington anche il leader francese Emmanuel Macron che ha annunciato l'intenzione di avviare colloqui diretti con Teheran su Hormuz, bypassando quindi l'amministrazione Trump. "Dobbiamo affrontare il problema alla radice, permettere che le cose tornino alla normalità".
Mentre il negoziato è in fase di stallo, le notizie che arrivano dal vitale passaggio marittimo sono pessime. Il traffico navale registra una parziale ma inconsistente ripresa con non più di una decina di imbarcazioni al giorno, nulla rispetto alla navigazione a pieno regime pre-conflitto. E secondo un'associazione di categoria delle compagnie di navigazione petrolifera, sarebbero circa 2.400 i marittimi che sono rimasti bloccati su oltre 105 petroliere nello Stretto di Hormuz con gli equipaggi in attesa soggetti a "ansia, stress e stanchezza" anche per la "gestione delle provviste di base, tra cui cibo e acqua e smaltimento dei rifiuti".
Ma tornando a Washington, sembra in fase decisamente calante la stella del segretario alla Difesa Pete Hegseth. Dopo le ultime vicende legate al conflitto, anche tra i Repubblicani stanno crescendo dubbi sulla sua capacità di guidare il Pentagono. In molti nel partito vorrebbero che si facesse da parte e The Hill, alla viglia dell'audizione di Hegseth al senato, fa sapere che se si votasse oggi la nomina, non otterrebbe la conferma.
Tra i motivi di disagio, l'epurazione ai vertici del Dipartimento della Difesa e l'aver spinto alle dimissioni il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Randy George, molto popolare tra i repubblicani, a cui ha fatto seguito la cacciata del segretario della Marina John Phelan. L'uomo solo al comando, non piace negli Stati Uniti e il decisionismo estremo di uno dei principali sponsor di un conflitto ormai impantanato, potrebbe costargli la poltrona.