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Tra Vance e Hegseth ne resterà solo uno. Scontro sul conflitto (e sfida per il voto)

I media: "JD teme per la gestione del Pentagono". In gioco il loro futuro politico

Tra Vance e Hegseth ne resterà solo uno. Scontro sul conflitto (e sfida per il voto)
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Lo scetticismo di JD Vance sull'opportunità di scatenare una guerra contro l'Iran al fianco di Israele era una cosa nota. Nemmeno Donald Trump l'ha nascosto: "JD era forse meno entusiasta", ha ammesso il presidente settimane fa. Del resto, il suo vice, nelle prime fasi dell'intervento militare, aveva fatto trapelare sui media la sua posizione, coerente con quanto promesso agli elettori in campagna elettorale. Difficile ora immaginare che le rivelazioni pubblicate da The Atlantic non siano frutto delle stesse fonti. Citando anonimi funzionari dell'amministrazione, la rivista ha riferito che in una serie di incontri a porte chiuse Vance ha ripetutamente messo in discussione il quadro della guerra presentato a Trump dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth.

Il vicepresidente ha contestato non solo l'accuratezza delle informazioni fornite dal capo del Pentagono, ma ha anche espresso "direttamente al presidente" le sue preoccupazioni riguardo al rapido esaurimento di alcuni sistemi missilistici. Una situazione che metterebbe a rischio le capacità militari a breve termine degli Stati Uniti in ipotetici confronti in Asia (con la Cina a difesa di Taiwan e con la NordCorea a difesa della Corea del Sud) e in Europa (con la Russia). Questo, nonostante le rassicurazioni fornite da Hegseth, dal capo degli Stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine, e dallo stesso Trump: "Abbiamo scorte pressoché illimitate". Vance non si sarebbe spinto al punto di accusare direttamente Hegseth e Caine di avere fuorviato il presidente, ma tuttavia la presa di distanze dai toni trionfalistici espressi dal capo del Pentagono - che tiene le sue conferenze stampa alle 8 del mattino, quando Trump apre le sue giornate guardando Fox News - segna una nuova spaccatura in seno all'amministrazione.

Fonti a conoscenza delle valutazioni dell'intelligence Usa hanno riferito a The Atlantic che, nella migliore delle ipotesi, i resoconti forniti da Hegseth e Caine sono quantomeno incompleti: l'Iran conserverebbe ancora due terzi della sua aviazione, la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico e la maggior parte delle sue piccole e veloci imbarcazioni, in grado di posare mine e ostacolare il traffico nello Stretto di Hormuz. Di contro, gli Stati Uniti soffrirebbero una "grave carenza" di missili intercettori e armi offensive, come i Tomahawk. Entrambi con un passato in uniforme - Hegseth nella Guardia Nazionale e Vance nei Marines - i due contendenti hanno ricavato dalle loro esperienze in Iraq e Afghanistan conclusioni completamente diverse: il capo del Pentagono è convinto che gli Stati Uniti furono costretti a combattere con "le mani legate"; per il vicepresidente, quelle guerre furono "una menzogna" ai danni degli americani, come dichiarò quando era senatore.

Lo scontro sottotraccia tra Vance e Hegseth ha un orizzonte immediato: l'esito della guerra in Iran. E uno più a lungo termine: il futuro politico di entrambi. Vance punta alla nomination 2028 per la Casa Bianca.

Le sue chance dipenderanno anche dalla sua capacità di mantenersi fedele alle promesse elettorali passate - "mai più guerre infinite" - e dalla necessità di non rompere il sodalizio con Trump. Hegseth punterebbe anch'egli a una carica elettiva, impossibile da raggiungere se dovesse essere "dimissionato" dal presidente.

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