La verità sui soldi di Caracas affossata da silenzi e divieti

L'inchiesta sui tre milioni e mezzo ai Cinquestelle non supererà prescrizioni e immunità. Ma sul complotto...

La verità sui soldi di Caracas affossata da silenzi e divieti

La verità la sapevano almeno due persone: Gianroberto Casaleggio, padre spirituale e tecnologico del Movimento 5 Stelle, e Gian Carlo Di Martino, consul general del Venezuela a Milano. La verità sulla valigetta con tre milioni e mezzo di euro che sarebbe sbarcata nel capoluogo lombardo per finanziare gli esordi del partito di Casaleggio e Beppe Grillo, e puntualmente ringraziata negli successivi con ripetute prese di posizione a favore del governo chavista di Caracas. Casaleggio senior e Di Martino potrebbero dire se il documento su carta intestata dell'intelligence venezuelana che racconta la faccenda, publicato in Spagna da Abc, e un falso colossale o la prova diretta di un grosso intrigo politico internazionale.

Peccato che Casaleggio sia morto il 12 aprile 2016. E che Di Martino sia protetto dall'immunità diplomatica, cui non ha alcuna intenzione di rinunciare: non si farà interrogare. La stessa immunità totale copre gli uffici di corso Europa del consolato, che quindi non possono essere perquisiti. La conseguenza è che l'inchiesta aperta dalla Procura di Milano sulla vicenda parte in salita, molto in salita. Al punto da dubitare che si possa arrivare per via giudiziaria a una qualche verità sulla valigia imbottita di quattrini.

L'avvocatura generale del Venezuela sta preparando, come unico contributo a chiarire la faccenda, una memoria da inviare a Maurizio Romanelli, il procuratore aggiunto che ha deciso di aprire l'indagine. Una memoria che, salvo improbabili sorprese, contesterà l'autenticità del documento, negherà qualunque passaggio di soldi, e spiegherà l'appoggio grillino al governo Maduro come un nobile gesto di solidarietà verso un popolo ingiustamente perseguitato.

Quali ulteriori passi possa fare a questo punto l'inchiesta milanese è difficile immaginare. Romanelli lo sa, e anche per questo ha scelto di muoversi con cautela. Il fascicolo è stato aperto nel cosiddetto «modello 45», senza ipotesi di reato: «Un faro acceso su una vicenda che non potevamo ignorare», lo definiscono in Procura. Il reato che sarebbe più ovvio ipotizzare è la violazione alla legge sul finanziamento dei partiti: da questo punto di vista poco conta che Casaleggio non rivestisse alcuna carica nel M5S, perché fin dai tempi di Mani Pulite l'accusa è scattata anche quando i soldi passavano per società esterne ai partiti e formalmente slegate da loro. A consigliare la cautela è piuttosto la difficoltà evidente di dare corpo all'inchiesta, di andare aldilà del pezzo di carta di cui il giornalista di Abc Marcos Garcia Rey rivendica id avere verificato la attendibilità. E bisogna soprattutto tenere presente che se - come si evince dal documento - il passaggio di quattrini direzione Casaleggio risale al 2010, l'intera vicenda è coperta dalla prescrizione. Grillo e i suoi uomini possono dormire sonni tranquilli.

Ma altrettanto difficile sarebbe indirizzare l'inchiesta della Procura milanese nella direzione opposta, come vorrebbero i 5 Stelle, ipotizzando cioè che dietro lo scoop di Abc ci sia una manovra per condizionare la politica italiana, europea, venezuelana. É lo stesso tasto su cui batte nelle interviste rilasciate nei giorni scorsi il console Di Martino, secondo cui gli articoli del quotidiano spagnolo sono il frutto di un «complotto dell'ultradestra». Possibile? In teoria sì, anche se le presunte incongruenze del documento pubblicato da Abc in realtà pare che non siano poi così eclatanti. Ma l'unica cosa certa è che se la tesi del complotto è fondata non si capisce a che titolo la Procura di Milano indaghi, visto che, per quanto lo si frughi, nel codice penale non si riesce a trovare un reato di questo tipo. Come riconoscono ieri le stesse fonti investigative.

L'inchiesta della Procura sembra insomma un faro destinato a illuminare poco e a spegnersi presto. A meno di sorprese.

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