Il virus e quel vuoto che lascia nei bimbi

Il fallimento delle politiche contro il Covid ha portato a richiudere le scuole anche per i più piccoli. Eppure i dati dicono che i contagio è basso. Ecco le conseguenze di questa scelta

Il virus e quel vuoto che lascia nei bimbi

Quando abbiamo chiesto a nostra figlia, la più grande, di disegnare il Covid, ha preso il pennarello nero e si è messa a colorare con la testa bassa sul foglio. Ben presto il corpo oscuro che usciva dalle sue mani ha divorato gran parte del foglio bianco. A guardarlo sembrava un blob oscuro e informe. Nelle sporgenze che ai lati svettavano verso l'alto, però, lei ci ha visto (in un secondo momento) le orecchie di Topolino. E in effetti il profilo sembrava quello del personaggio Disney. Ma non lo era.

Quel poco che può capire una bimba di sei anni su cosa siano un virus e una pandemia (la sua preoccupazione per l'immediato futuro si chiama vaccino e porta con sé l'eventualità di un buco sul braccio) è già sin troppo da gestire. E quidi, una volta tanto, proviamo a fermarci un istante e guardiamo la realtà con gli occhi dei bambini. Si sono trovati a dover gestire un nemico invisibile. Un nemico che si prende respirando e che non permette loro di stare insieme agli amici o di abbracciare le persone a cui vogliono bene. Un nemico che ha ucciso la loro creatività. Campi da calcio e scuole di danza chiusi. Niente tuffi in piscina. E i parchi giochi sotto costante accusa. Provate a immaginare quanto possa suonare assurda nelle loro teste un'imposizione del tipo: "Non state troppo vicini". Più o meno allo stesso livello dell'assurdo rimprovero che, di tanto in tanto, si sente uscire dalla bocca di qualche genitore ultra apprensivo in un parco d'estate: "Non correre troppo, altrimenti sudi". E le mascherine? "Tirala su", "Non sotto al naso..." e così via. Certo, gli abbiamo spiegato il perché. Perché devono portarla quando mettono il naso fuori casa. E i bimbi lo hanno capito. A loro modo. Perché diligentemente la tengono su da un anno a questa parte. Ormai non si lamentano più. Mia figlia più piccola, che di anni ne ha solo tre e che quindi non è tenuta a indossarla, molto spesso insiste per averla per non rimanere esclusa. Se hai tre anni e da un anno vedi le persone che girano col volto bardato, per te è la norma. È come se io le vedessi da quasi 14 anni!

Quella che doveva essere un'emergenza, l'abbiamo trasformata in abitudine. Tanto che dopo un anno ci ritroviamo ancora più o meno blindati in casa e soprattutto con le scuole chiuse. Un tempo era prassi al mattino, nel turbinio di "Muoviti, fai colazione", "Muoviti, lavati i denti", "Muoviti, vestiti", sentirsi obiettare: "Non ho voglia di andare a scuola". Ma ora è tutto diverso. Li senti mugugnare: "Io voglio tornare a scuola". Perché il problema non è la dad in sé (la connessione che ogni tanto si impalla, le schede per gli esercizi che si perdono, l'alunno che perde il filo, i rumori di sottofondo, il genitore che deve essere spettatore passivo). O non solo. Anche qui: proviamo per una volta a metterci nei panni dei nostri figli. C'è un momento che mi ferisce più di tutti ed è l'intervallo. A metà mattina l'insegnante chiude la comunicazione e i piccoli si ritrovano da soli a casa. Hanno una ventina di minuti di relax. A scuola li portano in cortile o in palestra. E lì giocano, si rincorrono, si sfogano. A casa si trovano d'un tratto tagliati fuori. E se li guardi con attenzione in volto, la domanda che si pongono è "E adesso?". C'è uno spaesamento che dura qualche secondo. Allora gli dai la merenda e loro provano a inventarsi un gioco. Ma dopo una decina di minuti puoi vedere salire l'ansia. "Quanto manca?".

Durante un'audizione in commissioni congiunte di Camera e Senato, il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, ha difeso l'operato del governo spiegando che "quando si è deciso di chiudere non è che da una parte c'erano i difensori dei bambini e dall'altra gli orchi. C'erano persone responsabili, rappresentanti dell'Iss deputati a fare questo". Non lo mettiamo in dubbio, ma qualcosa dev'essere per forza andato storto se, a un anno dall'inizio dall'emergenza, non siamo riusciti a trovare soluzioni alternative alla chiusura delle scuole. Anche perché è ormai chiaro che, quando si ammalano (le percentuali sono bassissime), i bimbi presentano forme molto più lievi di quelle che colpiscono gli adulti. Non solo. Stando a recenti studi, sono anche molto meno contagiosi. Perché, dunque, considerare le classi come potenziali cluster? Sulla base di quali dati? Vengono demonizzate le scuole, ma i parchi restano aperti e i mezzi pubblici affollati. E, mentre il dibattito tra chi sostiene le chiusure e chi è contro continua all'infinito, i bimbi subiscono le nostre scelte. Chiusi in casa, lontano dai loro amici, vivono a metà. "Il lato buono - dice mia figlia - è che sto di più con voi...". Ma a quale prezzo?

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