Prima volta di due donne al Nobel per la Chimica. "Ragazze è per tutte voi"

Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna. "Un messaggio a chi vuol seguire la scienza"

Fino a ieri si contavano sulle dita di una mano, cinque in tutto, tra cui la prima e più celebre fu la polacca Marie Curie, premiata per la scoperta di radio e polonio nel 1911. Oggi non lasciano, ma raddoppiano. E vengono premiate in tandem dall'Accademia svedese delle Scienze. Due donne, per la prima volta insieme, vincitrici del Nobel per la Chimica. Sono Emmanuelle Charpentier, 51 anni, nazionalità francese e lavoro a Berlino e Jennifer Doudna, 56 anni, americana di Washington oggi docente alla Berkeley University. Hanno scoperto la tecnica del taglia-e-cuci del Dna, quel metodo Crispr/Cas9 di ingegneria genetica che consiste nella modifica del genoma, un'innovazione talmente «rivoluzionaria» da aver plasmato da un decennio il lavoro dei laboratori di medicina e biologia del mondo. Un metodo che oggi «contribuisce allo sviluppo di nuove terapie contro il cancro e potrebbe rendere realtà il sogno di curare malattie ereditarie», genetiche e degenerative croniche come l'Alzheimer, il Parkinson e il diabete. Un successo che può cambiare le nostre vite. E tanto basta perché le due possano godersi la gloria e anche quei 560 mila dollari che ognuna di loro intascherà come metà dei 10 milioni di corone svedesi riconosciuti dal Comitato ai vincitori.

Ma la gloria e il denaro non sono tutto. E le scienziate ne approfittano per lanciare un segnale forte e chiaro. «Vorrei che questo premio mandasse un messaggio positivo alle giovani che vogliono seguire il sentiero della scienza, e dimostrare che anche le donne possono avere un impatto attraverso le loro ricerche», dice Emmanuelle Charpentier. «Sono orgogliosa del mio genere - le fa eco Jennifer Doudna - E credo che sia grandioso, specialmente per le giovani donne, vedere tutto ciò e vedere che il lavoro delle donne può essere riconosciuto tanto quanto quello degli uomini».

Nonostante l'ultimo Nobel per Chimica attribuito a una donna risalga ad appena due anni fa - l'americana Frances Hamilton Arnold per i suoi lavori su enzimi e anticorpi - negli ultimi anni hanno fatto clamore le uscite sessiste di alcuni scienziati e ricercatori. Tristemente celebre la frase del Nobel per la Medicina Tim Hunt, a proposito della sua esperienza con le donne: «Tre cose succedono quando loro sono in laboratorio - disse nel 2015 al Congresso mondiale dei giornalisti scientifici in Corea del Sud - Ti innamori di loro, si innamorano di te, e quando le critichi piangono». Apriti cielo. Poi la toppa, forse peggio del buco, nell'era del politically correct: «Sono molto dispiaciuto ma volevo solo essere onesto».

Nel 2018 fu la volta di un altro picco discendente. Protagonista, suo malgrado, il fisico dell'Università di Pisa, l'italiano Alessandro Strumia, che intervenuto a una conferenza del Cern sulle pari opportunità nel mondo della scienza, disse l'indicibile: «La fisica è stata inventata e costruita dagli uomini, l'ingresso non è su invito». Come a dire: entra chi è capace. E se le donne restano fuori è perché sono meno brillanti degli uomini. O perché - dice lui - si interessano per loro natura più alle «persone» che alle «cose». Una sbiadita rievocazione della teoria del rettore di Harvard, Lawrence Summers, che nel 2005 disse: «L'universo femminile è biologicamente svantaggiato nel campo scientifico». La donna sarebbe portata per natura e condizionamenti sociali a non investire sulla carriera. Anche allora polemiche e indignazione. Oggi arriva invece la risposta del doppio Nobel femminile ai giudizi e pregiudizi di genere. E d'altra parte proprio il Cern, l'organismo europeo per la ricerca nucleare, è diretto da una donna, l'italiana Fabiola Gianotti, dal 2016.

Eppure un'indagine appena diffusa da Fondazione Deloitte rivela che in Italia «solo 1 studente Stem su 4 è donna». Vuol dire un quarto degli studenti impegnati nello studio di Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. «Eppure le donne iscritte a facoltà tecnico-scientifiche hanno ottenuto nell'ultimo decennio migliori performance sia in termini di risultati accademici, sia di tempi per il conseguimento della laurea», spiega Stefania Papa, People & purpose leader di Deloitte.

La strada è aperta ma sul cammino gli ostacoli non mancano. Basta non lasciarsi scoraggiare, è il senso del messaggio delle scienziate. Billy Vaughn, genio del jazz americano, lo diceva: «Oggi le donne sono diventate fantini, giocatrici di baseball, scienziate atomiche, dirigenti d'azienda. Forse un giorno impareranno anche a parcheggiare la macchina».

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Commenti

necken

Sab, 10/10/2020 - 12:04

ce ne sono di brave anche in Italia, che lavorando all'estero, sperano che venga presto anche il loro turno

investigator13

Lun, 12/10/2020 - 17:36

ragazze è per tutte voi." Maddeche. Laureati e laureate in chimica non trovano nemmeno uno straccio di lavoro: tutti a spasso, non esiste più la Montedison il polo chimico che dava lavoro a tanti laureati. Oggi non esiste nessuna politica per la chimica, eppure si potrebbe crearlo. Per es, solo nel campo dei rifiuti si potrebbe trovare il modo con prodotti giusti e innoqui per eleminare il cattivo odore nelle discariche. in attesa dello smaltimento spesso viccino a siti abitativi iniziando già dai cassonetti pieni che emanano odori nauseanti. Prodotti che autodistruggono materiali di scarto della immondizia visto che giace giorni e giorni sulle strade della città. Ai voja dare lavoro. poi perchè no inventare un elettrodomestico che potrebbe già triturare la monnezza e semplificare il lavoro agli a addetti del settore rifiuti. Anche queste conquiste sono importanti e meritare un premio.