Lo votano due venezuelani su 10. Maduro festeggia le elezioni farsa

45 Paesi non lo riconoscono: l'opposizione lo sfida on line

Lo votano due venezuelani su 10. Maduro festeggia le elezioni farsa

L'altro ieri si è consumata l'ennesima farsa elettorale in Venezuela, questa volta per rinnovare il Parlamento tornato ovviamente nelle mani chaviste. Secondo il comitato elettorale di regime hanno votato 5,2 milioni di venezuelani, il 31% degli aventi diritto. Per l'opposizione sono ancora meno, appena il 20% e questo nonostante le minacce di Maduro che aveva tuonato alla vigilia «chi non vota non mangia». Un ricatto vile visto che oggi l'80% della popolazione del Venezuela dipende in toto dagli aiuti alimentari statali. 45 paesi si sono rifiutati di riconoscere il voto dell'altroieri mentre il leader dell'opposizione Juan Guaidó ha lanciato attraverso piattaforme telematiche un plebiscito per dire «no alla frode» di domenica. Per esprimersi c'è tempo sino al 12 dicembre e possono partecipare online anche i venezuelani della diaspora, che sono oramai più dei 5,2 milioni che, a detta di Maduro, hanno accolto il suo appello di «vote for food». Il delfino di Chávez ieri ha anche proposto all'opposizione, «sia quella che ha partecipato alle elezioni legislative sia quella astenutasi di Guaidó e soci» di partecipare ad un nuovo dialogo nazionale per chiedere a Joe Biden la fine del «bloqueo» che «fa soffrire il popolo» come dice lui, in realtà le sanzioni ad personam che colpiscono quasi tutti i leader della sua dittatura che ha rubato l'inverosimile. Probabile che tra un paio di anni si arrivi ad una soluzione come in Nicaragua a fine anni 80, quando dopo accordi di pace vinse le prime elezioni post sandinismo Violeta Chamorro. Il precedente non conforta visto come è finito poi lo stesso Nicaragua.

Di certo l'altro ieri il Venezuela ha perso anche il suo ultimo baluardo di democrazia, il Parlamento uscito dal voto del 2015, vinto a sorpresa dall'opposizione. Poi c'era stata una lenta ma inesorabile avanzata della dittatura. Prima l'annuncio di Maduro, il 1 maggio del 2017, dell'Assemblea Costituente sul modello cubano. L'opposizione reagiva con un plebiscito a metà luglio di quell'anno, cui parteciparono oltre 8 milioni di persone, mentre Maduro organizzava la sua prima elezione al 100% «fake», quella per eleggere i membri della Costituente comunista.

Anche allora come l'altro ieri pochi andarono ai seggi, anche se Maduro disse che erano stati di più rispetto al plebiscito, smentito sia dalle immagini che da Smartmatic, la società che sino ad allora aveva gestito il voto elettronico nel Paese. «C'è stata una frode, il governo ha aggiunto un milione di voti, denunciò da Londra il Ceo della multinazionale. Per tutta risposta la dittatura sostituì Smartmatic con ex-Clé, società argentina specializzata in biometria ma, a differenza della prima, controllata al 100% da Maduro. Società usata dal regime alle presidenziali del 2018, quando Maduro vinse ma non fu riconosciuto da quasi nessuno in Occidente, neanche dall'Italia. Poi a inizio 2019 l'apparizione sulla scena di Juan Guaidó, proclamatosi presidente della Repubblica e riconosciuto da tutti i paesi dell'Unione europea meno Cipro e l'Italia.

Grandi speranze che però svaniscono quando alle parole di Guaidó - «fine dell'usurpazione, governo di transizione, elezioni libere» - si susseguono una sequela di negoziati sottobanco tra dittatura ed opposizione. Tutto inutile e una costante sullo sfondo: la maggiore crisi umanitaria di sempre, con una popolazione che sopravvive grazie a bonus di stato alimentari, un'élite che con il regime lucra in dollari come mai prima ed oltre 5 milioni di venezuelani fuggiti all'estero con ogni mezzo, per non morire. Di dittatura.

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