Xi (in mascherina) loda la Cina. Ma il Paese resta in ginocchio

A Wuhan i 10mila medici non bastano. Via da Pechino un terzo degli abitanti. Le vittime vicine a quota mille

Per la sua prima apparizione in pubblico dall'inizio dell'epidemia di coronavirus, il presidente cinese ha scelto di mostrarsi nella versione «il buon esempio viene dall'alto». Mascherina protettiva sul viso, Xi Jinping si è lasciato misurare la temperatura corporea come prescrive la legge prima di effettuare una visita in un ospedale di Pechino, dove ha ammesso la gravità della situazione e ha definito la città di Wuhan, epicentro dell'epidemia, «eroica». Xi ha dichiarato che la «battaglia di tutto il popolo» per combattere la diffusione della malattia respiratoria che secondo dati ufficiali ha finora contagiato più di 40mila persone uccidendone oltre 900 è ora in una fase decisiva. Per il sesto giorno consecutivo, infatti, il numero di nuovi casi dichiarati in tutte le province della Cina esclusa quella dello Hubei dove l'epidemia è cominciata, è stato inferiore a quello precedente, e questo farebbe sperare che le misure draconiane prese per contenere il contagio stiano dando dei risultati. Nello Hubei, però, e soprattutto nel suo capoluogo Wuhan, la situazione rimane molto seria, e gli oltre 10mila medici specializzati inviati da tutto il Paese faticano a fronteggiare l'emergenza.

Emergenza che assume gradualmente un duplice volto: a quello sanitario si affianca quello economico. Il blocco degli spostamenti e la chiusura di scuole, università, centri commerciali, cinema, ristoranti e fabbriche danneggia in maniera sempre più preoccupante l'economia, e il governo centrale si sforza di coniugare la necessità di garantire sicurezza alla popolazione con misure in favore della produzione. Con l'esclusione dello Hubei, dunque, è stata decisa la graduale ripresa del lavoro in tutto il Paese dopo due settimane di paralisi forzata. Un documento emesso dal municipio di Pechino sintetizza la linea del governo: «L'amministrazione locale deve sostenere le imprese nella pronta ripresa dell'attività, lavorando allo stesso tempo per contenere la diffusione del virus». Questo significa nel concreto vigilare sulle imprese affinché curino la disinfezione dei luoghi di lavoro e si organizzino in modo da ridurre gli affollamenti. In molti casi le aziende sono disponibili a una ripresa regolare del lavoro, ma in molti altri chiedono l'autorizzazione a far svolgere l'attività a distanza, un po' come accade nelle scuole.

La Cina è comunque ancora molto lontana da un ritorno alla situazione precedente lo scoppio dell'emergenza sanitaria: si calcola ad esempio che dei 10 milioni di abitanti di Pechino partiti per le vacanze alla fine di gennaio, almeno un terzo non siano ancora rientrati. Il ritorno è reso complicato dall'obbligo di registrarsi alle autorità sanitarie e di osservare una quarantena di 14 giorni se si proviene da zone ad alto rischio. Intanto la municipalità di Shanghai (come diverse altre della Cina orientale) ha chiesto ufficialmente al governo centrale che le scuole non riaprano almeno fino alla fine del mese.

E mentre il presidente Xi si rivolge ai Paesi stranieri chiedendo «razionalità» e di evitare isterie nell'affrontare l'epidemia la sua preoccupazione è sempre quella di evitare disastrose ricadute sull'economia cinese non cessano le voci allarmistiche e scettiche sui dati ufficiali. Secondo il ricco imprenditore cinese Guo Wengui, esiliato negli Stati Uniti, solo a Wuhan (che ha 11,5 milioni di abitanti) i contagiati sarebbero 1,5 milioni e i morti 50mila: lo desume da informazioni ricevute sul superlavoro dei crematori della città, i cui dipendenti stremati dormirebbero due-tre ore per notte, mentre i certificati di morte verrebbero falsificati.