Zaki in cella altri 15 giorni: "Una decisione crudele"

Ennesima detenzione prolungata per "supplemento d'indagini". Il legale: "Ora si apre lo scenario peggiore"

La chioma fluente apparsa sui giornali e in televisione non esiste più. Ieri mattina Patrick Zaki si è presentato in tribunale con i capelli rasati, una camicia scura, jeans e ciabatte. Dopo meno di un'ora di udienza i giudici gli hanno comunicato che dovrà restare in carcere per altri quindici giorni. Così si è pronunciata la procura di Mansoura nell'ambito del processo a carico del ricercatore e attivista egiziano di 27 anni, studente all'Università di Bologna. La corte ha motivato il prolungamento della detenzione cautelare per supplemento di indagini.

Patrick, in carcere dall'8 febbraio scorso con accuse di apologia del terrorismo, sedizione e atti sovversivi attraverso la diffusione di notizie false tramite social, è comparso per la prima volta di fronte ai giudici senza alimentare particolari speranze. In aula ha ribadito che gli account incriminati non erano i suoi e di non aver alcun legame con un'altra pagina che gli viene attribuita. Riguardo il suo coinvolgimento nelle proteste, ha ribadito che nelle date contestate (23 e 24 settembre 2019) si trovava in Italia dov'era arrivato il 28 agosto 2019 per preparare il master. Alla domanda se fosse suo l'account Facebook incriminato ha risposto semplicemente con un «no». Ai giudici lo studente ha chiesto di essere scarcerato: «È terribile qui. Mi tengono in una cella con 35 persone e un solo bagno». Purtroppo il tribunale ha prorogato la carcerazione, fissando una nuova udienza il 7 marzo. All'uscita ha abbracciato padre, madre e una sorella nel corridoio affollato di uomini della sicurezza in divisa e in borghese, giornalisti e amici. Durante l'udienza, la madre è scoppiata in lacrime ed è stata soccorsa per un improvviso quanto comprensibile mancamento.

La decisione della procura di Mansoura è stata accolta con preoccupazione dal suo avvocato Walid Hassan, che ha parlato di «modalità crudeli e non necessarie. Non c'era alcuna possibilità di inquinare prove o di modificare il corso delle indagini. Per Patrick adesso si apre lo scenario peggiore, ma non ci faremo cogliere dal pessimismo». Sulla stessa lunghezza d'onda Riccardo Noury, legale e portavoce di Amnesty International Italia. Sulla sua pagina Facebook ha chiesto tra l'altro «prese di posizione forti del Governo Italiano contro il regime di Al Sisi. La decisione del tribunale non fermerà in alcun modo la mobilitazione per ottenere il suo rilascio. Anche se il clima in cui si sta svolgendo questa vicenda giudiziaria è ostile. Non c'è nessuna garanzia di una procedura equa».

La legge egiziana, va ricordato, prevede che un imputato possa rimanere in carcere per un massimo di 200 giorni, per favorire il corretto svolgimento delle indagini. Venerdì l'Egyptian initiative for personal rights, la ong per la quale Zaky collabora, aveva denunciato in una nota l'infondatezza delle accuse a carico dello studente, sostenendo di avere prove della falsificazione del verbale di arresto, così come delle violenze subite durante l'interrogatorio. Per queste ragioni aveva fatto appello alla chiusura delle indagini, al rilascio del giovane (anche dietro pagamento della cauzione) e all'apertura di un nuovo filone d'inchiesta per far luce sulle modalità dell'arresto avvenuto all'aeroporto del Cairo. Tutto questo mentre ieri la televisione egiziana di stato «TenTv» ha dedicato un flash sulla vicenda, definendo il giovane «un eversore che in Italia studiava immoralità e che voleva sovvertire l'ordine statale».

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Commenti
Ritratto di 02121940

02121940

Dom, 23/02/2020 - 09:14

Auguro a Zaki di salvare la pelle e la libertà. Però egli non ignorava l’evento precedente e trovo ingiustificabile che abbia preteso di andare a fare indagini personali in Egitto, un paese che ha una democrazia ed una cultura molto lontane da noi.