Zan, il Pd non è più "granitico". E Letta fa paura ai dissidenti

I frondisti temono la scure nelle liste. L'ex renziano Marcucci apre a modifiche. Iv: dialogo aperto a tutti

Zan, il Pd non è più "granitico". E Letta fa paura ai dissidenti

Simona Malpezzi, la capogruppo del Pd al Senato succeduta all'ex renziano Andrea Marcucci, ha trascorso buona parte della mattinata al telefono per tranquillizzare i senatori dissidenti sul ddl Zan di aver parlato ancora con Enrico Letta e che non ci saranno ritorsioni elettorali per chi ha espresso o esprime pareri differenti. I colloqui della capogruppo dei giorni precedenti con i senatori meno convinti sono stati vissuti con allarme. «Se non Zan, zac» la frase di un senatore riportata dal Foglio. Segno che il clima nel Pd non sia dei più sereni.

Il segretario si mostra comunque tranquillo, anche se le pressioni di Iv per un accordo di maggioranza esteso a Forza Italia e Lega continuano, così da poter sottoporre a Draghi un'intesa blindata. In questo senso si è espresso Matteo Renzi: «La maggioranza dei senatori auspica un buon accordo che è possibile. I pasdaran del muro contro muro corrono il rischio di far saltare la legge».

Ancora dubbi anche nel Pd. Uno spauracchio sono le primarie per il Parlamento che Letta ha annunciato a deputati e senatori, spiegando di aver intenzione di applicare «il metodo Bersani». Misurarsi con l'elettorato non sarebbe facile per molti e il listino del segretario, dedicato ai dirigenti nazionali che appaiono poco ma faticano molto, sarà più ristretto, proprio come il Parlamento e il Pd.

Ma dopo l'apertura di Alessandro Alfieri, coordinatore nazionale di Base riformista, il gruppo degli ex renziani, che ha chiesto a Iv di sedersi col centrosinistra per modificare il ddl Zan, è caduto il tabù dell'intangibilità di un testo criticato a sinistra e a destra, anche da costituzionalisti e penalisti, per ragioni che riguardano i rischi per la libertà di espressione, di educazione e di religione, oltre che per l'indeterminatezza delle definizioni (sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale) che lascerebbe troppo spazio alla discrezionalità dei giudici.

L'appello di Alfieri è stato accolto da Marcucci («sono convinto che alla fine un approccio concreto e non ideologico al provvedimento prevarrà») e dal tesoriere del gruppo dem al Senato, Stefano Collina: «Il Pd non può solo incrociare le dita. Le proposte di mediazione di Alfieri sul ddl Zan vanno colte». Così come anche da Davide Faraone di Iv: «Possiamo fare un buon lavoro in Parlamento».

Alfieri si è concentrato sulla giornata contro l'omofobia nelle scuole, sull'articolo 4 che mette in allarme per la libertà di opinione, sulle obiezioni sollevate dal Vaticano, ma resta anche il nodo dell'identità di genere, criticata da un cattolico riformista come Fabio Pizzul, capogruppo del Pd in Regione Lombardia e autore del libro «Perché la politica non ha più bisogno dei cattolici», dal titolo eloquente: «Chi sottolinea il fatto che definire in legge il genere come opzione indifferente o scrivere in un articolo che è garantita la libertà d'espressione (la Costituzione non vale più?) o ancora prevedere una giornata contro la omotransfobia in tutte le scuole (gli altri si possono discriminare?) diventa automaticamente un pericoloso intollerante o un violento discriminatore?». Pizzul ripropone per oggi ciò che aveva già detto durante un confronto al Cmc di Milano con Giovanni Maria Flick, ex ministro con Prodi e presidente emerito della Consulta, anche lui molto perplesso. «Da esperto di diritto penale rilevo che il ddl Zan manca di chiarezza, requisito essenziale di una legge» la critica sostanziale di Flick. D'altra parte persino Micromega, rivista della sinistra più intellettuale e radicale, aveva manifestato perplessità: «Il difetto più pericoloso è non accettare il confronto».

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