Zuffa sul Mes, Ue alla resa dei conti

La linea di usare il fondo salva Stati è prevalente. Martedì lo scontro in Eurogruppo

Zuffa sul Mes, Ue alla resa dei conti

Partiamo da qui, dalla realtà raccontata per cifre: gli Stati Uniti hanno perso nelle prime due settimane di marzo, ovvero prima del lockdown imposto dal coronavirus, oltre 700mila posti di lavoro. La disoccupazione è schizzata dal 3,5 al 4,4%. E siamo solo all'inizio: le prime stime indicano che alla fine di questo mese altre 10-15 milioni di persone avranno in tasca la lettera di licenziamento. La premessa dovrebbe servire a dare la sveglia all'Europa, e quei numeri - che presto saranno anche i nostri, visto che l'indice Pmi si è schiantato a 29,7 punti dai 51,6 di febbraio trascinando ieri le Borse in ribasso (-2,67% Milano) - suonare come una chiamata alle armi. Tutti sotto una sola bandiera.

Al momento, invece, siamo ancora alla zuffa combattuta nell'arena degli acronimi (Mes, Omt, Cacs, Sure, etc.) da cui dipenderà il nostro destino. Al premier Giuseppe Conte che chiede ai partner «più ambizione, più unità e più coraggio» nel bocciare proposte che «non sembrano affatto all'altezza del compito che la storia ci ha assegnato», risponde il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, per ricordare come sia «logico» usare il fondo salva-Stati (Mes) perché già «capitalizzato e con capacità di prestito». Questa dicotomia si trascinerà fino a martedì prossimo, giorno del redde rationem all'Eurogruppo. I tecnici hanno però già preparato la ricetta contro l'emergenza. Tra i cuochi, anche il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera. Il fatto che fra gli chef pronti a imbandire la tavola del Mes ce ne sia anche uno tricolore, ha reso a Palazzo Chigi gli ingredienti oltremodo indigesti. Il menu è infatti doppio: uno più salato, l'altro un po' meno. Ma, in entrambi i casi, il pasto non è gratis. Anche perché, gira e rigira, il fondo salva-Stati resta il piatto principale a dispetto di chi, come per esempio la Francia, invoca la creazione - già bocciata, al pari degli Eurobond, da Germania e Olanda - di un fondo gestito dalla Commissione Ue, di durata variabile (5-10 anni), capace di emettere obbligazioni per la ricostruzione economica. Salvo poi chiedere, come ha fatto il ministro dell'Economia, Bruno Le Maire, di «attivare martedì il Mes». Game over. Mes über alles.

Alla fine, prevale la logica dei Dombrovskis: quella dei prestiti in cambio di garanzie. È la stessa linea del piano Sure da 100 miliardi contro la disoccupazione, è l'identico do ut des che spacca il Mes in due per splittarne i vincoli. Più rigidi se si passa dalle tradizionali linee di credito a «condizioni rafforzate» (Eccl) che consentono alla Bce di fare da frangiflutti in caso di mareggiate sui Btp (ma per questo non c'è già il nuovo piano di acquisti da 750 miliardi dell'Eurotower?) e che permetterebbero all'Italia di portare a casa circa 36 miliardi (il 2% del Pil) in cambio della Troika a domicilio o, forse, del monitoraggio limitato a Commissione e Mes. Alcune fonti sostengono che nessuno Stato, neppure l'Italia, si è opposto a questa soluzione durante le discussioni tra gli sherpa dei ministri delle Finanze all'Euro Working Group. Di qui l'irritazione di Conte.

Un po' meno i vincoli se si sceglie di strangolarsi con il secondo cappio: si chiama Rif (Rapid financing instrument), Roma incasserebbe 13,6 miliardi (cifra estensibile in base alle necessità) e impegnerebbe gli Stati che ne hanno beneficiato a rientrare nei parametri del Patto di stabilità, una volta ripristinato.

Per l'Italia, destinata a veder balzare il debito al 150% del Pil (che S&P, in uno slancio d'ottimismo, vede in calo solo del 2,6% quest'anno) sarebbe una missione impossibile. Come, probabilmente, quella di trovare martedì prossimo una soluzione nel segno della solidarietà e non della contabilità.

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