Via Poma, un colpevole dopo il giallo infinito: il fidanzato di Simonetta

RomaVent’anni dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni ha un colpevole. È Raniero Busco, all’epoca fidanzato della giovane impiegata uccisa il 7 agosto del 1990 in via Poma con 29 coltellate. La terza Corte d’Assise di Roma lo ha condannato a 24 anni di carcere e al risarcimento delle parti civili. Il pm Ilaria Calò aveva chiesto l’ergastolo, ma i giudici pur riconoscendo l’aggravante della crudeltà hanno concesso all’imputato le attenuanti generiche. Alla Corte sono bastate tre ore di camera di consiglio per decidere.
Momenti drammatici in aula alla lettura della sentenza. Alla parola «condanna» dal pubblico si levano grida di disapprovazione. «No», «non è possibile», urlano familiari e amici di Busco. Molti piangono. Lui, l’unico imputato, finito nel registro degli indagati soltanto nel 2007 dopo che per 17 anni l’inchiesta era rimasta avvolta nel mistero, oggi padre di due gemelli di 9 anni e marito di una donna, Roberta Milletarì, che non ha mai dubitato un secondo della sua innocenza, scuote la testa e quasi si accascia sul fratello. Poi si siede su uno degli scranni finchè la moglie e il fratello lo portano via di peso. «Mi chiedo perché devo essere la vittima - dirà più tardi Busco -, trovo tutto questo profondamente ingiusto». «Nessuno se lo aspettava - commenta rabbioso il fratello Paolo - è uno schifo, questa non è giustizia. I soldi degli italiani ecco come si spendono». È basito anche l’avvocato Paolo Loria: «È una decisione che forse accontenterà qualcuno, ma di certo non accontenta il concetto di giustizia. Contro Raniero c’erano soltanto pochi indizi e nessuna prova». Ci avevano sperato un po’ tutti nell’assoluzione. «Avevamo dimostrato che c’erano ottime ragioni per credere nella sua innocenza», sostiene il legale.
Per la Corte, invece, sono stati decisivi gli accertamenti genetici fatti con tecniche più moderne sui reperti raccolti all’epoca nell’ufficio Ostelli della Gioventù dove Simonetta lavorava. È lì che l’assassino l’ha raggiunta. La porta non aveva segni di manomissione, quindi o la vittima ha aperto al killer o questi aveva le chiavi. Poi la mattanza: 29 colpi di tagliacarte, alcuni mirati al cuore, alla giugulare e alla carotide. Ad uccidere Simonetta, però, è stato un trauma alla testa, le coltellate secondo gli inquirenti sarebbero state inflitte solo per depistare. La ragazza era seminuda, ma non ha subito violenza sessuale. In un primo momento l’inchiesta fa sperare a una soluzione imminente. Finiscono sotto inchiesta Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile morto suicida lo scorso marzo portandosi forse qualche segreto nella tomba, e Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle che abitava nel palazzo. Ma le loro posizioni vengono archiviate e l’indagine sembra finire nell’oblio. Fino al 2007, quando il pm Roberto Cavallone dispone nuovi accertamenti con apparecchiature più sofisticate sui vestiti della vittima. L’inchiesta riprende vigore e per Busco cominciano i guai: il suo alibi, ricostruito a distanza di oltre un decennio, traballa, tracce del suo dna vengono trovate sul reggiseno della vittima e la sua arcata dentaria corrisponde ai segni di un morso che Simonetta aveva sul seno.
«Si può credere che anche a distanza di 20 anni si può arrivare alla verità. Abbiano sempre avuto fiducia nella giustizia e nel lavoro dei pm.

Dal momento in cui ci sono state presentate le prove siamo state convinte della colpevolezza di Busco», commentano la sorella e la mamma di Simonetta. «Finalmente abbiamo una sentenza. Avete assistito a un processo vero dove sono state portate delle prove», sostiene l’avvocato di parte civile Lucio Molinaro.

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