Pompeo Batoni

L’aver visitato una dopo l’altra la strepitosa mostra di Giovanni Bellini alle Scuderie del Quirinale e la suggestiva mostra di Bill Viola al Palazzo delle Esposizioni di Roma induce una serie di considerazioni. Guardando le pale, le madonne di Bellini, le sue composizioni fatte di luce, i paesaggi aperti, i colori teneri, pensavo agli artisti italiani contemporanei, come Kounellis, italiano come nessun altro, anche se greco di nascita. Guardavo gli splendidi cieli tersi, solcati dalle striature del tramonto o da morbide nubi e pensavo a Gino De Dominicis e alle sue impalpabili nuvole. Che usino la pittura, o qualunque altro linguaggio,dietro agli artisti italiani c’è sempre la nostra grande tradizione pittorica. Anche nella mostra «Visioni interiori» di Viola è molto forte la presenza del passato. Da The Greeting del ’95 ispirato alla Visitazione del Pontormo alla Pieve di Carmignano a Catherine’s Room del 2001, cinque schermi messi in fila come in un’antica predella. In Emergence (2002) due donne stanno ai lati di un sepolcro incredibilmente simile a quelli della pittura rinascimentale da cui emerge lentamente il corpo larvale di un uomo del pallore della morte mentre traboccano le acque. Viola ha vissuto in Italia, ama il Rinascimento: eppure non potresti mai scambiarlo per un artista italiano.

Nel comune riferimento all’arte antica, c’è una «distanza» che per l’artista italiano non esiste: a Roma Bernini e Borromini li incontri tutti i giorni, come a Firenze Masaccio e Donatello e a Venezia Tintoretto e Bellini. Non è un giudizio di valore, Viola è un grandissimo artista. Ma è questa assimilazione naturale che costituisce l’irripetibile qualità dell’arte italiana.

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