Il postmoderno, esausto, chiede aiuto ad Agostino

La nozione di «postmoderno» è tra le più difficili da maneggiare. Ugualmente si può riconoscere come in tale formula si esprima la giusta reazione dinanzi alle pretese estreme, e irragionevoli, di quel razionalismo che a più riprese è apparso inconsapevole dei propri limiti, e in tal modo ha finito per celebrare «narrazioni» definitive e onnicomprensive. In linea di massima si può dire che i postmoderni siano moderni disillusi: se la modernità voleva controllare tutto e dominare ogni cosa oggi chi ne è erede fa i conti con quel fallimento.
Qualche tratto di ciò si ritrova in un volume del 1996 di Dennis Patterson, Diritto e verità, che ora esce in edizione italiana (Giuffrè, pagg. 298, euro 35) per iniziativa del Cermeg di Trento e a cura di Maurizio Manzin. Si tratta di un’opera di filosofia del diritto che si pone cruciali questioni («cosa vuole dire che una proposizione giuridica è vera?») e lo fa con l’obiettivo di demolire ogni impostazione volta a fondare il diritto in qualcosa che si presupporrebbe assolutamente solido, esaustivo, vero al di là di ogni dubbio. La sua tesi è che il diritto è essenzialmente una pratica argomentativa: un processo all’interno del quale i significati si definiscono in ragione delle interazioni stesse.
Dopo essere stata a lungo tenuta ai margini, la questione della verità torna allora al centro della scena, ma sottratta a ogni oggettivazione. Se è della verità che si parla, non sarà qualcosa che potremo fissare una volta per tutte: quasi imitando il collezionista di farfalle che con uno spillo fissa la sua ultima preda e la irrigidisce per sempre.
Introducendo la versione italiana, Manzin non soltanto sposa la critica tagliente con cui Patterson prende di petto gran parte della filosofia del diritto moderna (dal positivismo di Hart alla teoria dell’interpretazione di Dworkin: per ricordare due figure cruciali del Novecento), ma soprattutto evidenzia i molti punti di contatti con chi, come lui, non ha reciso i legami con la filosofia classica: sentendosi più vicino a Sant’Agostino che a Kelsen, al secondo Heidegger che al secondo Wittgenstein, e non perdendo mai interesse per le pratiche della retorica e della dialettica.
Non è dunque solo una questione «filosofica». In gioco ci sono le nostre vite, perché il rapporto tra diritto e verità esige poi di essere misurato nel vivo di quelle pratiche sociali che sono rapporti, processi in tribunale, controversie. Se già Denis de Rougemont ricordava che «pensiamo con le mani», e che la nostra dimensione teoretica non è separabile da ciò che siamo e facciamo, è evidente che questa possibilità di dialogo tra una teoria del diritto classica che non ha mai smesso d’interrogare gli uomini e un pensiero che ha vissuto fino in fondo la modernità (tanto da sperimentarne la disfatta) deve saper servire gli uomini nelle loro esigenze più cruciali: tenendoli al riparo da ogni nichilismo pratico e contrastando il riemergere di nuovi totem.

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