Nei prossimi giorni sarà assegnato il premio «È giornalismo», importante per la dotazione monetaria e per lautorevolezza della giuria. La componevano inizialmente Indro Montanelli, Enzo Biagi e Giorgio Bocca. Scomparso il grande Indro, lo si è rimpiazzato con i tre primi vincitori, Curzio Maltese, Gianni Riotta e Gian Antonio Stella. Ho seguito le vicende di questa iniziativa - dovuta a Giancarlo Aneri - perché vi era coinvolto il mio amico Montanelli: e milludo di fare cosa utile esprimendo - con il distacco di chi è anagraficamente e professionalmente in prorogatio, per usare unespressione andreottiana - alcune perplessità. Delle quali avevo parlato, con la franchezza che distingueva il nostro rapporto, allo stesso Montanelli. Se questo premio vuol essere un campionato giornalistico, è un campionato con tre sole squadre (altro che legemonia calcistica di Juventus, Milan e Inter). Tre testate - Corriere, Repubblica, Stampa, e poi lEspresso che di Repubblica è una propaggine - si sono diviso il riconoscimento (vanno aggiunte una incursione televisiva con Striscia la notizia e una trasferta estera con Bill Emmott, direttore dellEconomist). Per il resto della stampa italiana, zero assoluto. Non nego che i maggiori quotidiani abbiano voluto assicurarsi - come accade per i campioni del pallone - il meglio. Mi domando tuttavia se sia mai possibile che non esista un qualche Thoeni del giornalismo. E alla domanda rispondo: ma sì che ne esistono. Anche a voler escludere i giornalisti più politicamente impegnati e più partiticamente marchiati, potrei fare alcuni nomi fuori area. Se «È giornalismo» devessere un clubino cui sono ammessi unicamente gli iniziati (con qualche sporadica stravaganza) è meglio che lo si sappia. Questo non vuol essere un dubbio sulla caratura professionale dei premiati. La do per certa. Vuol essere un dubbio sullappartenenza a un salotto buono come condizione per aspirare al premio. Unaltra condizione che sembra, se non indispensabile, almeno molto utile per accedere al premio è lostilità al Cavaliere. Il rilievo non riguarda il mio caro collega Ettore Mo, le cui propensioni ideologiche mi sono ignote, e nemmeno Antonio Ricci, che nella scuderia televisiva del Cavaliere è un purosangue. Ma per gli altri la scelta è sempre stata - a voler essere schematici e facilmente comprensibili - antiberlusconiana. Talvolta lo è stato fin troppo platealmente. Mi inchino alla capacità e alla serietà di Bill Emmott. Ma stento a credere - anzi non credo per niente - che prima degli attacchi mossi dallEconomist a Berlusconi, i giurati di «È giornalismo» si fossero mai chinati con gridolini di ammirazione sulle pagine del settimanale inglese. Non tutti i premiati sono antiberlusconiani allo stesso modo, il linguaggio di Riotta non è il linguaggio di Bocca. Ma un minimo comune denominatore è facilmente ravvisabile. Niente di male, intendiamoci. Però due preclusioni - luna in danno delle testate non appartenenti alla somma trinità, laltra in danno di chi non abbia esibito malanimo verso Berlusconi - sono troppe per un Oscar del giornalismo. Va a finire che anche nelle cerimonie di premiazione si avverte qualche sintomo inquietante. Ricordo, dopo la morte di Montanelli, le frasi pronunciate in suo ricordo nelle quali non fu mai citato - e ne scrissi su queste colonne - il Giornale. Quasi che non fosse stato, quello del Giornale, il periodo più importante e appassionante di una straordinaria parabola professionale, ma una parentesi insignificante. Ricordo anche davere avvicinato Montanelli, in una occasione precedente, per dirgli quanto mi risultassero indisponenti i signori e le signore che gli si strusciavano addosso, tra evviva al Maestro e cinguettii estatici, ma che non molto tempo prima gli riserbavano disprezzo (e magari linfallibile appellativo di «fascista»). Indro tracciò nellaria, con la mano ossuta, un gesto vago e disse semplicemente: «Io fingo davere dimenticato tutto». Miserie. Non pretendo di dare consigli che risulterebbero sgraditi e inascoltati. Ma se potesse un po essere sdoganato e svincolato, «È giornalismo» ci guadagnerebbe.
Voglio bene a questo premio perché lha fondato Montanelli, e perché i veterani della giuria vengono, come me, da un lunghissimo e parallelo tragitto giornalistico. Mi piacerebbe di poterne parlare senza alcuna riserva.Un premio destinato ai soliti noti
Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.