Prendiamoli con noi, e chi opera sull’isola ci insegni ad aiutarli

Tra le varie tentazioni alle quali è meglio resistere c'è la
filantropia. Già Alessandro Manzoni la dipinse efficacemente nella
figura di Donna Prassede, la stizzosa malevola sempre in prima fila
quando si trattava di fare del bene

Tra le varie tentazioni alle quali è meglio resistere c'è la filantropia. Già Alessandro Manzoni la dipinse efficacemente nella figura di Donna Prassede, la stizzosa malevola sempre in prima fila quando si trattava di fare del bene.
Non sono cinico, ma dico: attenzione al bene, che qualche volta è peggio del male. Anche noi ci siamo messi in prima fila, nella comunità internazionale, dopo la tragedia di Haiti, sulla strada del bene. L'investimento fatto dal nostro paese per favorire l'adozione di bambini haitiani ci fa onore. Ma occorre fare attenzione.
C'è chi sostiene che i bambini haitiani vanno aiutati, ma a casa loro; e chi sostiene che bisogna adottarne più che se ne può, e che anzi questo sarebbe un segno inconfondibile del livello di civiltà di un Paese.
Forse però si può dire anche una terza cosa.
Adottare un bambino non è una cosa semplice: bisogna avere qualcosa da dargli oltre al cibo, a un letto e ai soldi per frequentare la scuola, più paghetta settimanale. Ci vuole molto di più: ci vuole qualcosa che giustifichi l'abbandono di una terra che, per quanto crudele in questa terribile circostanza, è tuttavia loro madre.
I bambini di Haiti si arrangiano da sempre, vivono per strada da sempre. Adesso, con la classica generosità dei colonialisti, siamo invitati a precipitarci laggiù per fare del bene, mentre il rischio è solo di fare come il proverbiale elefante nella cristalleria.
Siamo sicuri, insomma, di avere quello che occorre davvero per risarcire questa perdita? Un bambino che ti guarda con tanto di occhioni supplicanti da una foto sul giornale non ha niente, ma proprio niente a che vedere con un cane, che magari lancia occhiate altrettanto supplichevoli da dietro le sbarre di un canile.
Perché - diciamocelo chiaro - si può andare a fare il bene senza avere chiara la differenza tra un uomo e un cane. E ci si può sentire generosi e buoni senza accorgerci che stiamo facendo quello che fecero i colonialisti due o trecento anni fa: una carità pelosa che serve prima di tutto a metterci la coscienza a posto, e prima o poi diventa violenza.
Con questo non voglio dire che non si devono adottare bambini haitiani. Voglio dire soltanto che ci sono associazioni e gruppi (anche italiani) che lavorano da decenni sul territorio haitiano, e che, se si vuole adottare un bambino, la cosa migliore è passare prima da loro, che forse - forse - hanno sviluppato una conoscenza di quel mondo un po' superiore a quella che possiamo avere noi, dopo aver letto due pagine sulle macerie che gridano, una sul voodoo e un'intervista a Toni Morrison.
A mio parere è fondamentale rispettare la realtà. C'è un mondo diverso dal nostro, con la sua dignità e i suoi costumi. E ci sono tante persone, anche nostre connazionali, che conoscono in profondità quel mondo, e che non permetteranno mai che, dopo il terremoto della natura, ci sia anche quello del buon cuore.
Fidiamoci di loro, del loro lavoro, della loro esperienza. Superiamo il pregiudizio che circonda il mondo del volontariato (perché questo pregiudizio c’è, eccome: fondato qualche volta, del tutto gratuito altre volte) e fidiamoci di chi sa.
Adottare un bambino non è una cosa bellissima in sé: lo è se si tien conto di tutti i fattori in gioco.
Di fronte all'emergenza non si può usare l'emergenza stessa come criterio d'azione. Sarebbe l'errore (anche morale) più grande. Proprio in momenti come questi l'esperienza di chi ha conosciuto Haiti quando conduceva una vita normale - povera ma dignitosa quanto la nostra, e non certo più infelice della nostra - è la cosa determinante.
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