Il primo giorno d'inverno

Un racconto per "il Giornale" di Luca Ricci sulla "compagna" sentimentale di questi mesi

Guardai fuori dalla finestra con la precisa intenzione di salutare il primo giorno d'inverno. Aveva cominciato a nevicare, ma non così forte da attecchire sulle strade.

Scrissi a lei: «Pensi che riusciremo a incontrarci dopo le feste?».

Lei scrisse: «Tu che ne pensi?».

Scrissi: «Dovresti dirmelo tu. Sei tu quella sposata. Io voglio vederti».

Scrisse: «Ok, facciamo un patto. Se dopo le feste ti andrà ancora ci vedremo».

Scrissi: «Le feste durano soltanto quattordici giorni. Certo che mi andrà».

Finita la conversazione guardai i fiocchi di neve dondolare nel cielo, come se avessero dovuto darmi le risposte che quella chat non mi aveva dato.

La bambina arrivò subito dopo. Ormai saliva da sola e non c'era bisogno del passaggio di consegne con la madre. Tutte quelle moine penose.

- Io non ho voglia di fare niente, - mi disse, presumendo che quello fosse anche il mio desiderio.

- Andiamo a fare shopping - le proposi -. In fondo è Natale. Paghiamo con la mia carta.

La bambina mi guardò. - Quanto siete stati insieme te e mamma?

- Considerando il fidanzamento e tutto?

- Sì.

- Quattordici anni, perché?

Non rispose. Si sentiva solo il silenzio della neve che cadeva. Anche il silenzio è un suono, ma te ne accorgi solo quando nevica.

- Per me possiamo benissimo guardare scorrere le notifiche sul cellulare fino a sera, - disse la bambina.

- Da quando sei diventata così pigra?

- Ma se tu non fai altro! Te lo diceva sempre anche la mamma.

Intanto lei mi aveva scritto qualcosa a cui non riuscivo a dare un senso univoco: «Che noia la neve, che noia tutto».

Quel tutto forse comprendeva anche me? Lo scambio di una dozzina di messaggi non mi aiutò a districarmi: dovetti chiudermi in bagno e richiamarla.

- Parli sottovoce perché non sei più solo? - mi chiese.

- Sì, ma adesso spiegami quel messaggio.

- Non è niente. Devono venirmi, ho mal di testa.

- Mi ami?

- Sì.

- Quando torna lui?

- Tra un paio d'ore, credo.

- Mi viene l'ansia.

- Non dovresti, - disse, un poco spazientita -. Tu trascorrerai la giornata con tua figlia, io col mio compagno.

Avrei voluto dirle che non era proprio la stessa cosa. Proprio no.

- Ehi, ci sei? - mi chiese.

- Scrivimi sempre, ok?

- Certo, - disse. - Certo che ti scrivo sempre.

Per strada, mentre la bambina entrava e usciva dai negozi svogliatamente, constatai che la neve si stava già sciogliendo. La gente la calpestava, riducendola a una poltiglia di ghiaccio sporco, una granita triste. Pensai anche all'ora in cui il compagno di lei sarebbe rientrato a casa, e loro due sarebbero comunque tornati a essere una coppia. Che importava che non scopassero più? E poi chi me lo garantiva?

- Come mi sta? - chiese la bambina, che si era appena provata un paio di jeans.

- A che serve comprarli se sono già tutti strappati?

Tagliando per un parco la bambina volle fare a pallate di neve. Ma ce n'era davvero troppo poca. Provò a prenderne un mucchietto da un'aiuola.

- Neve di città, - protestò -. Meglio tirarsi la merda secca.

Una volta a casa, finalmente la bambina poltrì sul divano fissando lo schermo del suo telefonino. Così io fui autorizzato a fissare il mio. Scrissi a lei come stava andando, cosa stavo facendo. Mi rispose quasi subito, ma in un modo che mi parve evasivo.

Scrissi: «Insomma voi che state facendo?».

Lei scrisse: «Niente di particolare, fa freddo, stiamo a casa».

Più tardi, inaspettatamente, la mia ex moglie suonò il campanello della porta.

- Potevi farmi uno squillo, te l'avrei mandata giù come al solito, - dissi.

- Ormai sono salita, - fece -. Posso?

La lasciai arrivare fino al salotto. La bambina la vide e continuò a trafficare con il suo telefonino. Restammo tutti e tre in silenzio, prima che la mia ex moglie decidesse di accomodarsi sul divano. Accavallò le gambe e una zaffata del suo profumò mi arrivò al naso. Era sempre una bella donna, niente da dire.

Presi il telefonino e scrissi a lei: «Qui la mia ex moglie ha voluto fare una rimpatriata».

Lei scrisse: «Messo un film».

Mi ferì che non facesse alcun cenno alla mia ex moglie, come se non la riguardasse, non le interessasse. Perché a me invece il suo compagno interessava così tanto? Forse perché ancora ci viveva insieme.

La bambina si lagnò che voleva tornarsene a casa perché doveva finire i compiti. Così non dovetti nemmeno fare lo sforzo di stappare una bottiglia di vino.

Il primo giorno d'inverno stava finendo, anche se in realtà l'impressione era che fosse già finito da un pezzo: dipendeva dalla mancanza di luce. O forse da me.

Scrissi a lei: «Come procede?».

Lei scrisse: «Inizio a cucinare».

Immaginai la scena, lei che armeggiava davanti al ripiano della cucina, mentre il suo compagno inalava il profumo di un soffritto o chissà che altro.

Scrissi: «Mi ami?».

Lei scrisse: «Certo che sì».

Scrissi: «Dopo cena puoi scrivermi?».

Non rispose e m'impuntai nel non voler scrivere altro. Non le avrei scritto più un bel niente finché non avesse risposto a quel messaggio. Non era una pretesa straordinaria, in fondo. Non meritavo neppure di essere aggiornato sulla sua vita?

Alle 21 e 47, nonostante i propositi, le scrissi comunque un altro messaggio: «Ci sei?».

Alle 22:13 ancora non aveva nemmeno visualizzato. Ricontrollai invano alle 22:19, 22:31, 22:58, 23:01, 23:15, 23:38. Nel dormiveglia cominciai a vaneggiare. Le chat erano infinite distese di parole su cui era nevicato sopra. Parole senza peso né intenzione, impossibili da decifrare, il cui senso era sepolto sotto a uno spesso cumulo di neve.

Mi scrisse soltanto alle 12:37: «Oddio amore scusami, mi ero addormentata come un sasso».

Vidi il suo messaggio soltanto la mattina seguente, l'antivigilia di Natale. Pensai che era tutto finito tra noi. Era vero, le feste duravano soltanto quattordici giorni. Ma in fondo noi ci scrivevamo solo da uno.

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