Procura colabrodo: 187 fughe di notizie in solo otto mesi Ed è caccia alla talpa

Mesi di indagine: otto. Fughe di notizie: 187. Se la chiamano procura «colabrodo», un motivo ci sarà. E ventuno violazioni di atti segretati ogni mese paiono sufficienti. D’altra parte, da quando siede nel suo nuovo ufficio, il principale impegno del procuratore capo Laudati sembra essere stato «tappare» i buchi di cui sopra, contenere le falle, armonizzare il lavoro dei magistrati, riorganizzare la gestione del suo ufficio. Cercando in tutto questo di tenere le fila delle tante inchieste aperte.
Fra veleni e accuse incrociate l’estate scorsa la procura di Bari era infatti al centro dell’attenzione mondiale per le note vicende. La Sanitopoli pugliese esplodeva annunciata da D’Alema in diretta tv, travolgendo non i vertici politici locali del centrosinistra (il cui ruolo centrale nelle inchieste emergerà solo più tardi, sfociando nel clamoroso arresto proprio di un dalemiano, il vice di Vendola, Sandro Frisullo) bensì il capo del governo, Silvio Berlusconi, tirato in mezzo a un giro di ragazze che ruotava intorno a un giovane imprenditore, Gianpaolo Tarantini. In quei giorni le attenzioni e i titoli sono solo per Patrizia D’Addario, la escort che aveva consegnato in procura foto e registrazioni audio di due serate a Palazzo Grazioli e che anziché restare in cassaforte era subito finito in edicola. E quando in autunno cominciano a venir fuori le magagne della macchina amministrativa regionale guidata dal centrosinistra, ecco che a settembre sui giornali finisce una «verbalata» di Tarantini sulle cene a Palazzo Grazioli. Laudati si insedia proprio quel giorno, e quel «benvenuto», percepito come un segnale a lui diretto, non lo manda giù bene. Così ai tanti fascicoli su protesi, escort e appalti se ne aggiunge uno: fuga di notizie. Per una volta non è un’inchiesta di routine, una di quelle che si risolvono in perquisizioni ai giornalisti seguite da scontate archiviazioni. Stavolta l’indagine è approfondita, lunga e finalizzata a scoprire non solo la talpa, ma le debolezze della filiera mediatico-giudiziaria. La conducono poliziotti arrivati da fuori Bari, non «contaminabili», con tecniche degne dell’antimafia. Il timore è che nei mesi del «tutti contro tutti», quando nulla restava segreto e in procura regnava l’anarchia, vi siano state pressioni per orientare politicamente le indagini, pilotando proprio certe fughe di notizie e strumentalizzandole per scopi che con la giustizia c’entrano poco. Due esempi che gli inquirenti avrebbero valutato riguarderebbero proprio i «festini» del premier e l’indagine sul governatore pugliese Nichi Vendola.
GMC-MMO

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