Il programma elettorale del Pd? "Vietato pubblicare intercettazioni"

Tra i punti della campagna alle politiche la stessa "legge bavaglio" che ora definisce "ferita per il Paese". Anzi, Veltroni chiedeva "sanzioni più severe"

Il programma elettorale del Pd? "Vietato pubblicare intercettazioni"

I post-it gialli che Repubblica va disseminando nelle sue pagine da giorni per ricordare ai lettori che «la legge-bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati», forse andrebbero appiccicati agli occhiali di Walter Veltroni. Uno per lente. Tanto non gli servono per vedere che il limite del ridicolo, l’ex leader del Pd, lo ha già oltrepassato da un po’.
L’ultima dichiarazione del fu sindaco di Roma in tema di intercettazioni porta la data del 10 giugno ed è un grido di dolore: «Il ddl è una ferita aperta e profonda, questa è una brutta giornata per il Paese». Una coscienza democratica lacerata, ancora risuona l’eco dello strappo irreparabile. A martirizzare la sensibilità civica di Veltroni, ovviamente, l’approvazione con fiducia - da parte del Senato - del provvedimento che limiterà le intercettazioni e soprattutto impedirà l’esondazione di atti secretati sulle pagine di tutti i giornali. Niente da dire, un atto barbarico. Peccato che lo stesso Veltroni abbia sostenuto la stessa identica soluzione per anni.
In realtà, a voler essere precisi, Veltroni quella sua linea non la sostenne soltanto, ma addirittura la mise nero su bianco. E mica su un post-it. No, sul suo programma elettorale alle Politiche 2008, quelle del «Si può fare» che faceva il verso all’obamiano «Yes, we can». Al punto 4 («Diritto alla giustizia giusta, in tempi ragionevoli»), comma b, Walter proponeva «il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia e di misura cautelare fino al termine dell’udienza preliminare, e delle indagini, serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali». Il ddl attuale pari pari. Non solo, allo stesso comma, Veltroni aggiungeva: «È necessario ridurre drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinare sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali per renderle un’efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati». «Deterrenza», «ridurre drasticamente», «più severe»: roba da fargli una corona di post-it e mandarlo in giro come un monumento vivente alla giravolta. Eppure ai tempi nessuno disse nulla, neanche La Stampa, che magari poteva sottolineare in giallo quelle parti del programma, così come ora sottolinea quelle parti di articoli che non si potrebbero pubblicare con il nuovo ddl. Neanche i giornalisti Rai che ora protestano, inviati in quell’Africa tanto cara allo stesso Walter.
Si potrebbero anche segnalare gli ulteriori, successivi interventi di Veltroni sul tema. Era il novembre 2008 e lui tuonava: «Ci vogliono meccanismi per impedire che le intercettazioni finiscano sui giornali, in un sistema in cui la vita dei cittadini è presa, palleggiata e sbattuta contro un muro». Certo, se i cittadini sono democratici. Se sono popolari o libertari possiamo pure rimbalzarli tra escort, Salaria Sport Village e compagnia finché non si sgonfiano. Toni ancor più netti nel febbraio 2009: «Non devono uscire sui giornali, questo è un fatto di civiltà, un’elementare norma di privacy (...). Le intercettazioni possono essere limitate nel tempo».
E allora discutiamone, di questa civiltà, di questo «elementare Walter». Perché un anno e spicci fa le intercettazioni dovevano rimanere blindate fuori dai giornali e ora invece, se qualcuno si adopera per dare due mandate e buttar via la chiave, si parla di «ferita»? E ancora: quando Veltroni scriveva il suo ponderoso programma elettorale, dov’erano tutti gli esponenti del Pd che ora levano pugnaci gli scudi come indomiti spartani davanti a Serse? Quel Bersani che ora invita le truppe a «combattere con tutte le forze», due anni fa mica era parlamentare del Partito dei pensionati cecoslovacchi. No, era nel direttivo del Pd. Non era della corrente veltroniana, ma se Walter fosse stato eletto premier, quello sarebbe stato anche il suo programma di governo. Com’è questa storia? Allora si poteva fare e ora non si può più fare?
La realtà è che a sinistra le intercettazioni sono come gli acquazzoni estivi: piacciono solo se non siamo noi a essere in ferie. E così tutti a ringhiare se nel marasma indifferenziato della pubblicazione-spazzatura ci finiscono D’Alema o Consorte, Prodi o la giunta Iervolino. Tutti a difendere la facoltà di sparlare, invece, se a finire in prima pagina sono le chiacchierate - magari assolutamente private - di gente comune, meglio ancora se legata al centrodestra.
Resta che la capacità camaleontica di Veltroni è quasi patologica. Quasi da mosaicismo, quella particolare condizione per la quale in un individuo convivono diverse linee genetiche. Ecco, Veltroni - e il suo proverbiale ma-anchismo lo conferma - ha dna giustizialista quando governa Berlusconi, dna garantista quando nei casini c’è gente del Pd. Custodiamolo con cura, roba da clonare in futuro: mai visto un politico in grado di adattarsi così bene a tutti i climi.

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