Le proteste a Hong Kong minacciano il basket Usa

Le parole di solidarietà di alcuni club Nba per i contestatori fanno scattare le ritorsioni di Pechino

Il basket, sulla falsa riga del calcio, si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con una sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali, le sue sette. Le religioni da design non possono fare a meno, specie sul piano mediatico e dei consumi, dell'aspetto economico. Oggi però il basket, inteso come quello stellare della Nba, rischia una crisi senza precedenti, generata dal deteriorarsi dei rapporti politici e diplomatici con la Cina. Pechino è il maggiore fruitore al mondo del basket a stelle e strisce. I numeri sono persino superiori a quelli partoriti negli States, ma la crisi di Hong Kong sta bruciando miliardi di dollari. Galeotta una dichiarazione di Daryl Morey, general manager degli Houston Rockets, che ha appoggiato i movimenti di protesta di Hong Kong, suscitando una reazione durissima da parte cinese. Un grosso pasticcio, nato da un semplice tweet, che mette in discussione soldi, sponsor e finanziamenti. Ma che ha anche contribuito ad aprire gli occhi all'opinione pubblica americana sull'arroganza cinese in fatto di libertà d'espressione, anche di quella di chi vive a dodicimila chilometri di distanza.

Il tweet in questione, pubblicato da Morey nella sera di venerdì 4 ottobre (e poco dopo cancellato) mostrava un'immagine delle proteste nell'ex colonia britannica accompagnata dalla scritta: «Lotta per la libertà. Siamo con Hong Kong». Tanto è bastato perché la Li Ning, colosso della produzione di scarpe sportive, annunciasse di interrompere i propri rapporti con i Rockets. E lo stesso ha fatto la Shanghai Pudong Development Bank, seguita, con una mossa ancor più spaventosa, dalla Chinese Basketball Association (Cba). La società Tencent Holdings, gigante cinese del settore dell'intrattenimento e dei media, dopo avere ottenuto (a peso d'oro) il rinnovo dell'accordo sui diritti della Nba, ha deciso di sospendere la trasmissione delle partite degli Houston Rockets, obbligandola a perdere una fetta di mercato di 500 milioni di persone. Un danno economico e di immagine tremendo, aggravato dal fatto che i Rockets in Cina erano molto popolari proprio perché il celebre cestista Yao Ming (ora a capo della Cba) aveva giocato per anni con loro.

Il basket è uno degli sport più popolari in Cina, praticato da circa 300 milioni di persone. La Nba è presente a Pechino da quando ha aperto il suo primo ufficio a Hong Kong nel 1992. Ora mantiene relazioni con diversi canali tv e digitali, inclusa una partnership di tre anni con l'emittente pubblica Cctv. La Nba cinese, responsabile degli affari della lega americana, ha iniziato le sue attività nel 2008. Secondo Forbes, vale più di 4 miliardi di dollari. Dal 2014, 17 squadre Nba hanno giocato 26 partite a Pechino, Guangzhou, Macao, Shanghai, Shenzhen e Taipei. La Nba e Tencent, un media cinese che offre una piattaforma di trasmissione in diretta, hanno annunciato il rinnovo di un accordo fino alla stagione 2024-25 del valore di 1,5 miliardi di dollari e circa 500 milioni di fan cinesi consumano contenuti della Nba. I franchising della lega degli Stati Uniti hanno registrato un aumento di 47 milioni di nuovi follower sulle piattaforme di social media cinesi durante la stagione 2018-19. Numeri da capogiro che rischiano di saltare dopo le esternazioni, per altro condivisibili, del manager degli Houston.

Lo scontro continua, e la Cina non si fa scrupolo di utilizzare il suo peso economico per condizionare il comportamento di aziende e organizzazioni americane, arrivando anche a stabilire cosa sia legittimo dire e cosa non lo sia. La cosa stupefacente, in questo caso, è che lo fa in modo aperto e plateale. Negli Usa ci si aggrappa alla politica per venire a capo della questione. Donald Trump ha affermato di «monitorare» la situazione a Hong Kong e di parlare personalmente con il leader cinese Xi Jinping per superare la fase di impasse commerciale e sportiva. «Il mondo si aspetta che Pechino onori il trattato su Hong Kong», ha dichiarato il presidente americano invitando la Cina «a proteggere il modo di vita democratico e la libertà» nell'ex colonia. Non è un caso che proprio l'11 ottobre, una settimana dopo il tweet di Morey, Trump abbia annunciato di aver raggiunto con Pechino un primo sostanziale accordo commerciale, che include la proprietà intellettuale, i servizi finanziari e 40-50 miliardi di dollari di acquisti di prodotti commerciali. È un primo passo di un'intesa più ampia, la cui fase due inizierà non appena chiusa quella attuale. Di fatto i nuovi dazi americani contro il made in China non sono scattati. «Rapporti sani» fra Stati Uniti e Cina sono «importanti per il mondo», ha scritto il presidente cinese Xi Jinping in una lettera indirizzata Trump, nella quale ha osservato come le aziende cinesi hanno accelerato gli acquisti di semi di soia americani. Il nodo Hong Kong rimane comunque difficile da sciogliere. Nell'ex colonia britannica i manifestanti, in piazza da quasi cinque mesi, chiedono l'intervento della Casa Bianca per ottenere maggiori garanzie di democrazia dalla Cina. Uno scontro su più fronti dove lo sport potrebbe diventare uno strumento di mediazione. Senza però dimenticare che gli Usa, pur difendendo Hong Kong, non hanno alcuna intenzione di privarsi di un indotto economico che supera i 4 miliardi di dollari. Ed è proprio in questo palazzetto virtuale che si gioca la partita più importante.

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