Quando lo shopping non è la solita musica

Se i brani diffusi sono poco conosciuti inducono all'acquisto. Le canzoni preferite distraggono

Luca Pavanel

Musica Maestro, purché non sia troppo scadente, troppo di (basso) fondo e soprattutto svilita. Altrimenti la medesima si potrebbe considerare alla stregua del fumo passivo. Recentemente ha rilanciato il dibattito sui dilemmi legati alla «colonna sonora» di vari generi diffusa nei locali pubblici il compositore Nicola Piovani, poco d'accordo su certe proposte musicali negli spazi pubblici e sulla loro modalità di propagazione. Contrario all'«uso indiscriminato delle note in diffusione» nei ristoranti per dirne una, pensava a una campagna a base di Sms contro. No, non solo una questione di igiene acustica e mentale, però.

Nel sottofondo «anche nel supermercato mentre scelgo l'insalata ha spiegato l'uomo che ha preso l'Oscar per le musiche del film La vita è bella, a margine delle prove di un concerto dell'orchestra sinfonica Rai all'auditorium di Torino , c'è uno svilimento, come farsi la carta da parati con Leonardo o Michelangelo». Già, proprio così, come «una mancanza di rispetto nei confronti di chi, artista, quella musica l'ha composta». Alt, fermi tutti. C'è musica e muzak. Soprattutto, quando obiettivi ed effetti sono diversi. Magari, perché no, di tipo commerciale, anche se dalle parti dell'arte & suoi protagonisti «inchinarsi al profitto» può fare un certo effetto. Ma a volte il mondo, diciamolo, è un catalogo. In questa caso, sonoro.

Ca va sans dire, certi brani invogliano a comprare, altri rilassano eppoi ci sono i pezzi che fanno fuggire a gambe levate. Fatto anche questo.

Nella mappa delle song del buon venditore, da dispiegare oppure da evitare, una delle ultime scoperte che ha doppiato il giro del mondo è il repertorio classico usato come un'«arma» per scoraggiare il piccolo crimine. Lo hanno sperimentato in America, per esempio, a Minneapolis. Il risultato, cifre alla mano, è che si sono verificati meno furti. Pare che i furfantelli infastiditi da grandi come Bach, Mozart e Schubert abbandonino il terreno di caccia, snervati dalla serenità o dalla calma dei capolavori del passato. L'esperienza sul campo qualcosa di più lo dice: pronti, partenza, via.

Viaggio nel mondo delle merci sui banconi, viaggio tra le note al servizio del business di tutti i giorni, dove una scaletta musicale può contribuire ad alzare gli incassi oppure ad affossarli. Occhio a non esagerare, dicono gli esperti. Anche in queste cose la misura non guasta. Lo dimostra una ricerca realizzata dall'Università di Bari «Aldo Moro»: le conclusioni ancora appaiono interessanti, perché per gli strateghi degli affari capire gusti e tendenze di chi acquista è vitale come l'acqua fresca. In estrema sintesi, dall'indagine sul rapporto tra clienti e «melodie» è emerso che i «brani meno famosi» migliorerebbero gli acquisti, mentre le voci e le canzoni al momento più in voga alle volte finiscono per «distrarre il cliente-acquirente». Chissà magari, fino a farlo desistere. Una prova? Ciak, come in film.

La scena si svolge a Milano, ore 15 di un giorno qualunque: tre ragazzine in un negozio di via Torino, nel cuore della città, si confidano tra le risate davanti a una vetrina di moda e lustrini. Entrano nel negozio e il pulsare dei ritmi filodiffusi si sovrappone ai rumori del traffico delle auto. All'interno rimbomba una delle ultime di Rhianna. «Senti, fico», fa una. E l'altra risponde: «Guarda, questa camicietta..». L'amica si mette a ballare, le altre la seguono e addio indumento, mollato dov'era. Addio introito. Al contrario invece «le canzoni meno note incentivano la spesa», conclude la ricerca universitaria.

Il tema è sentito, tanto da conquistarsi un posticino anche tra i forum online. Il popolo del web, come sua usanza, ne spara di tutti i colori, ma non mancano anche gli spunti interessanti. C'è chi davanti al titolo del dibattito «Musica a palla nei negozi» non ce la fa più e si lascia andare: «È proprio fastidiosa, mi rivolgo a qualche responsabile e se non fa nulla, pianto lì il carrello anche pieno e me ne vado». C'è chi la butta sul culturale: «Il punto non è il volume io lavoro ascoltando pezzi ma la qualità. Mettessero Blue Train di Coltrane». Altri fanno un po' di «sociologia»: «Se nel negozio in cui entrate la musica è troppo alta, semplicemente non siete in target con il negozio in questione...». E nel negozio milanese di via Torino sul volume che cosa dicono, non si può abbassare? «No, la direzione non vuole».

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