Quando il sospetto fa nascere una colpa

Anche un'indagine può essere in qualche modo colpevole, oppure complice di un colpevole, o, ancora, mandante di un crimine.

Anche un'indagine può essere in qualche modo colpevole, oppure complice di un colpevole, o, ancora, mandante di un crimine. Dipende dai punti di vista. Soprattutto, dipende da chi conduce quell'indagine. Prendiamo, ad esempio, un marito tutto casa e lavoro (molto più lavoro che casa) che ha una moglie giovane e carina la quale, malata di cuore, gli rifiuta da anni ogni intimo approccio. E poniamo che la signora muoia, proprio a causa di un infarto, in una profumeria dov'era entrata da pochi minuti, mentre il marito si trovava a centinaia di chilometri di distanza. E che il neo vedovo, avvertito telefonicamente, una volta rientrato in città si rechi sul luogo del decesso. Infine, ipotizziamo che l'uomo, pur essendo un ligio e grigio funzionario ministeriale, abbia quasi un talento da detective, e quindi capisca al volo che quel quartiere è un posto così tranquillo da apparire disabitato perché chi frequenta gli alberghi a ore (e lì ce ne sono ben tre nel raggio di pochi metri), lo fa sempre con discrezione e in silenzio.

Un posto tranquillo (Adelphi, traduzione di Gala Maria Follaco) è il tipico giallo alla Matsumoto Seicho: cerebrale non in quanto complesso e contorto, bensì perché, come le arti marziali d'Oriente, va a colpire i punti deboli nella mente del nemico-colpevole, oppure complice, o, ancora, mandante. Qui addirittura, diversamente da quanto accade in Tokyo Express e in La ragazza del Kyushu (editi anch'essi da Adelphi nel 2018 e nel 2019), l'indagine non esiste neppure. O meglio, i fatti narrati potrebbero valere come un lungo prologo a un'indagine: un prologo che apparecchia a beneficio della polizia un caso che... si chiude da solo.

All'autore bastano poche pennellate per illustrare gli antefatti, cioè il rapporto, pressoché inesistente, fra marito e moglie. Lui scodinzola su e giù per il Giappone intorno ai suoi superiori, compresi quelli che considera emeriti imbecilli, per salire i gradini della carriera, e lei s'annoia a casa, a Tokyo, uscendo soltanto per un po' di shopping. Lui è auto-represso dal fallimento del matrimonio (fra l'altro, è il suo secondo) è dalla conseguente autostima azzerata, e lei tenta di evadere dal tedio frequentando scuole di pittura e di haiku. Poi Matsumoto segue passo dopo passo, nell'arco di circa un anno, le azioni dettate dall'instabile, quindi pericolosa, psiche ad Asai Tsuneo, per il quale la scomparsa della povera Eiko è, più che causa di dolore, motivo di vergogna. Che cosa faceva in quel ricettacolo di fedifraghi? La padrona della profumeria sa qualcosa che non vuole confessare? E il medico che ne ha riscontrato la morte avrebbe potuto salvarla?

Siamo nel 1973 e su quotidiani e riviste iniziano a comparire articoli per ricordare il terribile terremoto del Kanto, di cinquant'anni prima. Per puro caso Asai apprende che anche nel giorno della morte di Eiko, il 7 marzo, a Tokyo si era avvertita una scossa. È stata forse la paura a fermare il suo malmesso e mesto cuoricino? E, se è stato così, ecco la domanda chiave, chi era con lei in quel momento? Tornando dopo qualche mese sul luogo del mistero, Asai, che con macabra ironia l'autore battezza Tsuneo, cioè «uomo eterno», scopre che il posto è ancora più tranquillo di prima... Ma è la quiete prima della sua personalissima tempesta di emozioni che introduce l'unico vero crimine. Di cui soltanto i lettori sono testimoni. E quelli fra loro più dispettosi potrebbero dire che per l'ossequioso Asai un favore non richiesto diventa una fatale accusatio manifesta.

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