Quando è troppa, l’invidia diventa una teoria politica

Gentile dottor Granzotto, mi è capitato di rileggere giorni fa «Riflessioni sulla luna», un saggio di Huxley, scritto nel ’31, e vi ho trovato questa bella e attuale riflessione. Le fa venire in mente niente? «Prendiamo, per fare un esempio ovvio, l’invidia: che sia rivolta a chi ha fortuna con i soldi o a chi l’ha in amore, viene costantemente razionalizzata tramite teorie politiche, economiche ed etiche. Per tutti quelli che non possono competere con lui, l’uomo che ha successo in amore è un mostro d’immoralità. Il ricco che è oggetto d’invidia è o malvagio personalmente o malvagio per delega, in quanto rappresenta un sistema malvagio. Essendosi convinti dell’iniquità delle persone che invidiano, gli invidiosi non solo si sentono giustificati nella loro ostilità verso l’invidiato, divenuta ormai lodevole, ma non sono nemmeno più invidiosi. L’idea trasforma il loro meschino, odioso sentimento personale in una giusta indignazione, in un amore nobile e disinteressato per la virtù e in una forte avversione per la malvagità». Spero in un suo gustoso commento!

Grazie per la segnalazione, gentile lettrice: ignoravo questo testo di Aldous Huxley (autore che per altro conosco poco) che giunge come si suol dire a fagiolo. Mi chiede chi mi fa venire in mente? E chi se non la brigata antiberlusconiana al gran completo, chi se non i tartufi, i moralisti a un tanto al chilo? Huxley illustra con precisione e correttezza di termini quello che noi - e in primis il Cavaliere - avevamo sempre pensato: ciò che anima l’antiberlusconismo è l’invidia, l’astio per la felicità, la fortuna, il talento e il benessere altrui. E spiega la natura vera dell’isterica reazione del beghinaggio politicamente corretto - invidiosi noi? Ma scherziamo? Figuriamoci se ci abbassiamo al punto di invidiare Berlusconi! Siamo di un’altra razza, noi, siamo antropologicamente diversi. Ecco cos’è successo: gli antiberlusconiani hanno metabolizzato il loro «odioso, meschino sentimento personale» che transitando per il colon ascendente e discendente dell’indignazione si ripresenta nella veste, diciamo così, di «amore nobile e disinteressato per la virtù». Un processo al termine del quale il sentimento dell’invidia non è più percepito perché convertitosi in un pretenzioso e pretestuoso apostolato volto a metter ordine nella «questione morale». Non è però che ci volesse Huxley per capire che l’odio degli antiberlusconiani avesse come incentivo il livore, che altri non è se non moto di sorda invidia. E siccome non si scappa, tocca mettere in conto a Silvio Berlusconi un altro merito. Quello di aver seppure non intenzionalmente, ma sono i risultati che contano, contribuito al massiccio incremento delle vendite di Maalox e di Digestivo Antonetto. Perché l’odio, il rancore, il livore e l’invidia lì vanno a far danni, nelle mucose gastriche e nel fegato. Causando ulcere (e giù Maalox) e cattive digestioni (e giù Antonetto). Merito double face, se così posso dire: l’aumento del fatturato delle case farmaceutiche (tutti soldi che andranno a finire nella ricerca) e quello stato di disagio, quel vivere dispeptico cui sono caduti vittime i suoi nemici. Che infatti, adesso non faccio nomi ma lei, gentile lettrice, sa bene a chi mi riferisco, hanno perduto la gioia di vivere. Non sanno più sorridere, ma te li ritrovi sempre torvi, grifagni nel sembiante e nei loro scritti. Io non auguro il male a nessuno perché non sta bene farlo. Però cosa le devo dire gentile lettrice, nell’otto volante del do ut des il mal di fegato da antiberlusconismo, non so, mi sembra il minimo.