Quanta differenza tra gli eroi degli estintori e l'«eroe» dell'estintore

Quanta differenza tra gli eroi degli estintori e l'«eroe» dell'estintore

(...) ma su una che non ha detto, così come non l’ha detta Tullo, così come non l’ha detta Repetto. Tutti zitti, tutti fermi, tutti immobili. Così come sono stati zitti sul «-6» in via delle Fontane.
Il silenzio più assordante della serata è arrivato proprio verso la fine, quando don Andrea Gallo ha iniziato a parlare di G8. E vabbè la commissione parlamentare di inchiesta, e vabbè la (sacrosanta) condanna di violazioni di legge da parte di uomini in divisa, e vabbè le lamentele di chi manifestava in pace. Ma - a parte il fatto che non è stata spesa una parola su questa splendida città violentata e distrutta da bande di manifestanti, non tutti black bloc e non tutti estranei agli organizzatori che poi strillavano alla democrazia violata - don Gallo ha firmato un elogio funebre di «un nostro ragazzo caduto in quei giorni». Come se parlasse di un martire, come si parlasse di un eroe.
E nessuno che abbia avuto il coraggio di dire che - con tutta la pietas umana che si merita un ragazzo morto così giovane, pietas alla quale, cristianamente, riserviamo una preghiera - quel ragazzo stava aggredendo una camionetta dei carabinieri. Che era bardato con una specie di divisa di guerriglia urbana e che aveva un estintore in mano e che lo stava scagliando verso il Defender dell’Arma e che, dall’altra parte, dietro il vetro, c’era un altro ragazzo come lui. Con il suo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore. E che quel ragazzo - che era lì solo per lavorare, che non era in piazza a far casino - rischiava di essere ucciso dall’«eroe» dell’estintore, dal «nostro ragazzo».
Ecco, don Gallo è don Gallo e dice quello che vuole. Fra l’altro, rispetto ai suoi recenti epigoni genovesi ha dalla sua anche il dono della teatralità, della battuta e di una storia comunque in prima linea. Ma io credo che sia grave che tre rappresentanti delle istituzioni, un parlamentare, un presidente della Provincia e un presidente della Regione, non dicano assolutamente nulla di fronte a parole come queste. Che stiano lì come comparse di un gioco dialettico estremo ed estremista.
Se non lo fanno loro, vorrei farlo io. Soprattutto, vorrei dire che di tizi con gli estintori a me ne piacciono altri. E sono i pompieri che, nei giorni scorsi, hanno salvato Genova e la Liguria da una tragedia di dimensioni immani. Buttandosi negli incendi, rischiando l’intossicazione, emuli di un eroe, un eroe vero, non un rivoluzionario da cartolina con passamontagna incorporato.
L’eroe che mi piace ricordare si chiama Giorgio Lorefice. Aveva cinquant’anni e una figlia di venticinque quando venne chiamato, un pomeriggio come tanti, a Serra Riccò per delle perdite di combustibile. Lui era il caposquadra, il più esperto, il più attento e quando si accorse che c’era qualcosa che non andava, che davvero poteva scoppiare, che davvero poteva causare una strage, si mise a urlare. Disse con tutta la voce che aveva in corpo agli operai che lavoravano vicino alle cisterne, agli agenti delle Forze dell’Ordine e ai suoi colleghi vigili del fuoco di scappare, di scappare il più lontano possibile.
Urlò e li salvò.
Urlò e quei secondi per urlare, per salvare altre vite, furono decisivi per sacrificare la sua. Per capire che era un uomo buono, basta vedere gli occhi di suo fratello Francesco, che fa il fruttivendolo a Bagnara e non si è candidato a nessun Parlamento, quando ne parla.
Ma, per lui, non ci sono dongalli che cantano e non ci sono istituzioni che tacciono di fronte ai dongalli. Come se l’estintore di Giorgio fosse di serie B.
Questo articolo vuole solo regalargli qualche goccia di memoria. E dirgli - a nome di tutta la famiglia del Giornale di Genova e della Liguriacredo, senza timore di essere smentito - che il nostro eroe con l’estintore è solo lui. E quelli come lui.