RomaSi sono focalizzate su un gruppo preciso di giovani le indagini sul raid di domenica sera in un fast-food della Magliana, a Roma, gestito da cittadini bengalesi. Nella notte i carabinieri hanno perquisito diverse abitazioni e interrogato alcune persone già in passato protagoniste di gesti di intolleranza. Alcune di loro sono tenute sotto stretta osservazione. In una casa è stato sequestrato un bastone. A devastare la tavola calda «Brother» di via Murlo, con annesso Internet point, sarebbero stati una quindicina di italiani con i volti coperti da sciarpe, tra loro anche alcuni minorenni. Quattro i bengalesi finiti allospedale con la testa rotta.
Vetrine esterne in frantumi, macchie di sangue, slot machine in terra, tavolini e sedie di ferro lanciate dai picchiatori fin dietro al bancone, prodotti sparsi sul pavimento. Era ancora a soqquadro, ieri, il locale preso di mira da un gruppo di esaltati che, prima di andare via, ha prelevato circa 300 euro dalla cassa. Un dettaglio che farebbe pensare ad una rapina, non a un raid razzista. Gli investigatori, per il momento, escludono che lepisodio possa avere matrice politica. «Non riteniamo sia un atto politico - spiega il comandante provinciale dei carabinieri Vittorio Tomasone - Naturalmente è innegabile la deriva dal sapore xenofobo che questa azione ha avuto, ma dobbiamo accertare se questa violenza possa avere avuto la sua origine anche nei giorni passati, magari con liti o screzi non chiariti». Un elemento rilevante per chi indaga è che il gruppo non ha utilizzato mazze o bastoni ma gambe di sedie e paletti presi in strada, oggetti facilmente reperibili e non riconoscibili come armi. Il figlio del proprietario del fast-food ha raccontato che il padre era già stato minacciato in passato: «Un paio di mesi fa un italiano, poi arrestato, lo ha minacciato in strada dicendogli che avrebbe ucciso me e mio zio. Questestate, invece, ha trovato scritte razziste incise sullauto. Cè da sempre un clima xenofobo nella zona».
Ma su questo gli abitanti non sono daccordo. «Sono i soliti ragazzini del quartiere, non è razzismo. Tutto è cominciato con una lite tra ragazzi, non è per sminuire quello che è successo ma la storia è stata montata», dice il cliente di una pasticceria. «Questo non è un quartiere razzista - conferma il titolare del negozio - io vivo qui da anni e la gente è accogliente. Anche i miei dipendenti sono tutti extracomunitari e sono trattati bene».
Ieri ha fatto discutere anche uno striscione affisso davanti al locale bersaglio del raid con su scritto «no al razzismo». «Non bisogna esporre questi striscioni, questo è un atto di istigazione.
Il quartiere si ribella: «Macché razzismo una lite dietro al raid»
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