Quattro anni per volare nel pantheon dei versi alati

Quattro anni sono bastati a John Keats per entrare negli annali della letteratura inglese e affermarsi come un genio della poesia mondiale, prima che la turbercolosi lo stroncasse, in una casa di Piazza di Spagna dopo un’atroce agonia, a 25 anni. Keats era giunto a Roma grazie a una colletta organizzata dagli amici letterati, nella speranza che il clima mediterraneo potesse guarirlo dalla tisi, di cui già erano morti la madre e un fratello. Nato nel 1795 nel sobborgo londinese di Moorgate, primo di cinque figli, Keats conosce presto la sventura: a otto anni perde il padre per una caduta da cavallo, qualche anno dopo la madre, e viene affidato con i fratelli alla nonna. Costretto a interrompere gli studi e a lavorare come apprendista chirurgo, si dedica con passione alle letture poetiche e alla scrittura. Nel 1817 l’editore e poeta Leigh Hunt gli pubblica il primo volume di versi, Poems, stroncato dalla critica. Quasi presentendo la brevità del suo tempo, Keats scrive con intensità febbrile. Terminato il poema epico Endimione, parte per la Scozia e l’Irlanda con l’amico Charles Brown, ma durante il viaggio si ammala e rientra a Londra, dove pubblica Endimione che, al pari dei Poems, è accolto da critiche insolenti.
Nel 1818 il fratello Thomas muore, ma nasce uno degli amori più romantici della letteratura, appena trasposto sugli schermi nel film Bright Star di Jane Campion: nella casa londinese dell’amico Brown, Keats conosce Fanny Brawne, sarta e ricamatrice, e i due si innamorano. Ma il poeta è troppo povero per poterla sposare, e la sua salute è minata. Ecco allora il viaggio a Roma, dove nel 1820 lo accoglie il fior fiore della poesia inglese: Byron, Mary e Percy Bysshe Shelley. Ma anche qui gli inverni sono duri per chi vive in una gelida soffitta, cibandosi di un’acciuga e di un pezzo di pane a causa dell’assurda dieta alla quale il medico lo costringe, procurandogli atroci sofferenze e allucinazioni, e accelerandone la fine. Detterà lui stesso il proprio epitaffio: «Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua».
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