Quegli alfisti duri a morire

«L’ importante è che la morte ci trovi vivi». Già, gli alfisti sono duri a morire. Lo dimostra la storia del museo dell'Alfa Romeo di Arese. Un vero e proprio tempio per gli appassionati del marchio del biscione, simbolo universale di un'azienda che l'anno prossimo metterà le (speriamo prime) cento candeline sulla torta. Inaugurato nell'ormai lontano 1976 sotto la gestione Iri (quindi statale) dell'Alfa, il museo - gioiello architettonico progettato da Vito Latis che spicca per la sua luminosa modernità e la gradevolezza dell'insieme - è incastonato nel centro direzionale degli stabilimenti alle porte di Milano. Anzi, in un certo senso, per chi veniva da Nord (e, quindi, guarda caso, da quell'Europa continentale - Germania in primis - che ha sempre avuto nel cuore l'Alfa e la sua storia), l'immensa scritta rossa luminosa (64 metri di lunghezza per 9 di altezza) che campeggiava sul tetto della fabbrica era proprio la «porta» del capoluogo lombardo. Oggi gli stabilimenti sono deserti, pieni di quel vuoto totale proprio dell'abbandono che ti fa paura e ti prende in gola. Ma la scritta, per fortuna, è stata miracolosamente salvata: «Era il 2004: gli addetti dell'impresa incaricata dei lavori di smantellamento - ricorda l'ingegner Pasquale Oliveri, per tanti anni dirigente dell'Alfa e “alfista“ doc - stavano già scaraventando le grandi lettere della scritta giù di sotto. Sono intervenuto appena in tempo e, grazie a Dio, l'opera di convincimento per salvarla è andata a buon fine. Adesso l'abbiamo smontata, pezzo per pezzo, in attesa di tempi migliori». Già, tempi migliori. La gloriosa azienda nata nel 1910 a Milano sulle ceneri della francese Darracq, nel 1986 è passata al Gruppo Fiat dalle mani dello Stato. Una storia dai risvolti controversi, preceduta e accompagnata da violente dispute sindacali, segnata da lunghe ombre che hanno finito per trasformare il dna dell'azienda. Ma agli occhi degli alfisti purosangue, quelli che, quando romba il quattro cilindri d'alluminio con doppio albero a camme in testa realizzato su progetto di Vittorio Jano, li vedi emozionarsi ancora, beh, la cosa più grave non è stata tanto il passaggio dell'Alfa da Milano a Torino. No, la ferita più grave, quella che fa più male, è stata inferta proprio da quella Milano che sembra essersi voluta liberare di un pezzo della sua storia, strappandosela dal petto per gettarla nell'oblio. «Si, purtroppo è vero: Milano si è completamente dimenticata dell'Alfa Romeo: un patrimonio non solo industriale che - continua Oliveri - indipendentemente da chi lo guida ora e lo potrà guidare in futuro, è innanzitutto dei milanesi e dei lombardi. Perchè fa parte della storia di Milano e della Lombardia, una storia per la quale siamo ancora ammirati e rispettati nel mondo. Ricordo con amarezza il 5 agosto 2007, un gruppo di alfisti incatenati all'ingresso della portineria di via Gattamelata, al Portello, per scongiurarne l'abbattimento. Solo l'allora assessore Vittorio Sgarbi ci aveva tutelato, dando fiato alla nostra voce e a quella degli abitanti del quartiere, che la pensavano come noi anche perché, in gran parte, erano ex lavoratori dell'Alfa. Ma esattamente un anno dopo, nonostante le garanzie delle autorità, quell'ultima testimonianza della presenza del biscione in città venne definitivamente cancellata». Per affetto, passione, dovere, e per scongiurare altre esperienze dolorose, un manipolo di «duri a morire», guidati proprio da Oliveri, aveva deciso di occuparsi e preoccuparsi di quel patrimonio, partendo proprio dal museo. Così, nel 2004 nasce ufficialmente Automobilismo Storico Alfa Romeo, ente finalizzato al marketing, alla conservazione e alla divulgazione del marchio e del suo lascito storico. Si tratta di un'entità autonoma nell'ambito del «brand», un centro di costo con un proprio budget e un proprio staff. Attuale responsabile è Stefano Agazzi, che ha raccolto il testimone proprio da Oliveri, nel novembre scorso. «Intanto c'è una buona notizia - afferma Agazzi -: da settembre il museo riaprirà i battenti (era chiuso da mesi, in attesa di un progetto di ristrutturazione che non è mai andato in porto e che ora è stato congelato, ndr) e tornerà ad essere visitabile. Non è stata cambiata una virgola all'interno; piuttosto, continuano le donazioni degli appassionati. Pensi che nel 2007, senza un briciolo di pubblicità, è stato visitato da 12mila persone da 59 Paesi! Oggi possiamo contare su un totale di 250 vetture, il 70% delle quali perfettamente funzionanti, compresi alcuni pezzi unici. Ma Automobilismo Storico non significa solo automobili. Il nostro archivio, infatti - prosegue Agazzi - conta qualcosa come 75mila immagini dal 1919 ad oggi, 800 filmati in corso di digitalizzazione, centinaia di documenti storici, come il contratto tra Ferrari e Nuvolari o l'atto di costituzione dell'Alfa». Non tutte le vetture sono esposte: molti esemplari infatti sono in giro per il mondo a rotazione, vere e proprie guest star di decine di eventi. «Al prossimo salone dell'auto di Ginevra, nel marzo 2010, presenteremo ufficialmente il calendario delle manifestazioni per la celebrazione del centenario dell’Alfa - conclude Agazzi - ma il nostro impegno è davvero continuo. Il prossimo appuntamento è a Berna, il 23 agosto, per la rievocazione del Gp di Svizzera: lì nel 1951 Fangio trionfò con la 159». E poi Goodwood, Padova, Essen, Monterey… Il museo dell'Alfa Romeo di Arese è visitabile da lunedì a venerdì orari ufficio, sabato e domenica su prenotazione e per gruppi (info: 02-44429421, www.museoalfaromeo.com).

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