Quel viaggio nella memoria e nella speranza dei migranti

Amalia, la «zia» Amalia - l’abbiamo sempre saputa così, noi che non l’abbiamo mai conosciuta - era partita per «la Merica» negli Anni Venti. America del sud, Argentina. Destinazione: quartiere della Boca. Troppo duro il lavoro nei campi, nelle colline del Tortonese, troppo poco il pane e il companatico da dividersi al desco quotidiano, in una famiglia numerosa com’erano numerose, ed anche patriarcali, povere e comunque laboriose, le famiglie italiane negli Anni Venti e per qualche decennio ancora.
Memoria individuale, memoria collettiva. Che rivivono adesso in un archivio molto speciale, quello della nuova esposizione «Mem-Memorie e migrazioni» allestita al terzo piano del Galata Museo del Mare.
Innanzi tutto, la mostra - aperta fino a tutto febbraio, dal martedì al venerdì dalle 10 alle 18, sabato, domenica e festivi 10-19.30, e da marzo a ottobre con orario martedì-domenica, 10-19.30 - è l’espressione della «grande avventura sul mare che unisce anziché dividere», come sottolinea il curatore Pierangelo Campodonico che è anche direttore del Galata. Un viaggio che si compie anche grazie a un allestimento ricco e rigoroso fin nei minimi particolari: basti pensare alle fedelissime ricostruzioni di ambienti e atmosfere (la partenza, la vita a bordo dei barchi) o addirittura alla presenza di reperti autentici (il barcone, la cucina). Un viaggio, inoltre, che si fa attraversando gli anni e i continenti, da una sponda all’altra dell’oceano e, più vicino ai nostri giorni, da una riva all’altra del tribolato Mediterraneo. Un viaggio, infine, che si ripercorre sulle corde del sentimento, ma anche con l’aiuto decisivo dell’elettronica, sul «touch screen» dell’archivio del Cisei, il Centro internazionale studi emigrazione italiana, presieduto da Fabio Capocaccia.
È qui che si cercano e si trovano oltre 2 milioni e mezzo di nomi di migranti, è qui che ciascun visitatore, partendo magari dai propri avi, può consultare e in una certa misura «rievocare» individui, intere famiglie, piccole grandi storie di gente in cerca di un destino meno ingrato. Lo confermano Campodonico e Capocaccia: «caricando» un cognome, si scopre che ognuno di noi ha un lontano parente, un congiunto che un giorno o l’altro ha deciso di partire in cerca di quella fortuna, di quel boccone di pane e companatico che da noi non si trovava. Ieri e l’altro ieri, alla volta della «Merica», ma anche oggi, quando tanti, troppi sono convinti (o vengono convinti, anche a forza?) che la Merica sia l’Europa o l’Italia, e che il destino sia sempre, inevitabilmente una coperta calda e un piatto di minestra, e magari un lavoro e un sorriso.
«Bisogna guardare e capire che ieri gli emigranti eravamo noi» ci tiene a ricordare, fra gli altri, l’assessore regionale Enrico Vesco, che non ha voluto mancare alla presentazione dell’evento con il collega del Comune Andrea Ranieri. Peccato solo che quest’ultimo si sia perso forse qualche significativa considerazione, a cominciare da quelle della presidente del Museo del Mare Maria Paola Profumo, per via dell’attenzione dedicata pervicacemente alla lettura dei giornali mentre i relatori erano impegnati a spiegare. E che ci sia bisogno, anche per un assessore, di assimilare e metabolizzare bene i temi, i personaggi, le suggestioni della mostra è indubbio, tante e tali sono le opportunità che si offrono ai «fruitori», portati a compiere un rigoroso itinerario storico, geografico e soprattutto umano.
A proposito: la zia Amalia è vissuta una vita, fin quasi a cent’anni, nel quartiere della Boca. Non s’è più mossa da lì, s’è data da fare con un negozio che è diventato uno dei primi empori della zona. Ha fatto fortuna. Ora il suo «viaggio» si ritrova in qualche modo qui, nell’archivio elettronico del Cisei, assieme a quello di tanti altri migranti della nostra Storia: come doverosa testimonianza della memoria e dei mille e uno viaggi della speranza che hanno provato - e proveranno sempre - a sconfiggere miseria, paura, pregiudizio.

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