Quell'asse Parigi-Roma che attraversa il Niger

Il Paese del Sahel è il crocevia del traffico di armi e migranti oltre che un'area calda del jihadismo

Quell'asse Parigi-Roma che attraversa il Niger

Il Niger più che uno Stato è una somma di contraddizioni e paradossi. Ricco di risorse naturali oro, petrolio, carbone e, soprattutto uranio (è il quarto fornitore mondiale) , generosamente finanziato dall'Unione Europea (258 milioni di euro dal 2014), dalla Banca mondiale (solo nel 2020 l'istituto ha versato 1,2 miliardi di euro per una diga sul fiume Niger) e dall'agenzia americana Millennium Challenge (con un programma quinquennale di 437 milioni di dollari), il Paese rimane disperatamente povero e fragile. A fronte degli aiuti e dell'export e nonostante una costante crescita del Pil (nel 2022 si prevede un +11%), il 41,5% della popolazione resta confinata nella miseria e, non a caso, una delle attività più diffuse è il traffico dei migranti dall'Africa occidentale, una vera e propria industria su cui passeurs, albergatori, trasportatori fondano la propria sopravvivenza.

Incastonata nel cuore del Sahel, l'ex colonia francese è il principale crocevia delle rotte della disperazione e la porta d'accesso verso la Libia, il Mediterraneo, l'Europa. Da qui, dal 2016, le pressioni della Ue sul governo di Niamey per colpire i trafficanti e arginare il fenomeno. Al solito tante dichiarazioni ma anche qualche limitato successo: secondo l'Organizzazione mondiale delle migrazioni, tra il 2017 e il 2018 la media mensile dei migranti in transito nel Niger è scesa da 7000 a 5500. Il flusso non si è comunque esaurito ed è sempre saldamente in mano alle organizzazioni criminali che controllano anche il traffico d'armi e lo sfruttamento aurifero artigianale nelle regioni di Tchibarakaten e di Djado. Una vera «corsa all'oro» che sfrutta non meno di 300mila minatori «fai da te». Le condizioni di vita e lavoro dei «creuseurs», in gran parte bimbi quotidianamente alle prese con cianuro, mercurio, acido solforico, sono facilmente immaginabili.

Uno scenario sconfortante e violento, eppure la criminalità non è il problema più grave. La vera emergenza è il terrorismo fondamentalista che agisce su tre fronti: lo Stato Islamico e le sue gemmazioni attive nella regione di Tillabéri e nell'area di Diffa, e i miliziani di Boko Haram al confine con la Nigeria. Una guerra sporca che non risparmia nessuno: nell'attacco di Chinegodar del gennaio 2020, morirono 89 soldati, l'anno dopo a Tchoma Bangou e Zaroumadareye, 105 civili. A maggio la situazione è ulteriormente peggiorata: nell'ovest gli islamisti hanno lanciato una nuova offensiva scatenando un esodo incontrollato verso la capitale. Come spiega padre Mauro Armanino della Società delle missioni africane, a farne le spese è stata principalmente la minoranza cristiana: «Centinaia di cattolici sono scappati della zona di Dolbel, il cuore della Chiesa del Niger e il numero potrebbe aumentare».

Il neo presidente Mohamed Bazoum ha assicurato il massimo impegno nella lotta ai gruppi jihadisti e confermato la cooperazione militare con la Francia. Dal 2014 l'ex potenza coloniale è presente, nel quadro dell'operazione Barkhane, con quattro basi militari e contribuisce alle spese militari che inghiottono il 18% del bilancio nigerino. Un impegno pesante ma necessario se Parigi vuole conservare la propria primazia sulle risorse locali e contenere l'invasività di Pechino. La Cina è infatti già presente nel settore petrolifero con la China National Oil and Gas Exploration Corporation, che opera nella regione di Diffa. Ma non è tutto. Mentre i giacimenti d'uranio gestiti dai francesi chiudono o riducono la produzione, Niamey ha concesso due permessi di ricerca alla Zijing Heuchuang Science and Technology Development Company che si è impegnata a investire circa 4,5 milioni di euro. Contratti importanti sigillati dalla vendita a prezzi di favore di 8 nuovi droni armati tutti Made in China. Uno schiaffo all'Eliseo.

Parigi, molto a malincuore, è stata costretta a chiedere ai partner europei un aiuto sostanziale ma in pochi hanno risposto positivamente. Tra questi l'Italia che, come spiega Giampiero Cannella nel suo libro L'Italia non gioca a Risiko - Il ruolo delle Forze Armate nella sfida geopolitica (Giubilei Regnani, 2021), ha lanciato la Missione Misin e da marzo ha costituito la Task force Takuba, con «200 uomini delle forze speciali. A essere impiegati gli incursori del 9° reggimento Col Moschin insieme ai colleghi del Goi della Marina, del 17° Stormo dell'Aeronautica e del Gis. Tra i mezzi schierati, elicotteri da trasporto NH-90 e da attacco A-129 Mangusta oltre che droni da ricognizione». Uno sforzo notevole che va però interpretato in una logica più vasta che passa attraverso il riallineamento attualmente in corso tra Parigi e Roma. Secondo Cannella, le preoccupazioni italiane «di un controllo avanzato dei flussi migratori sono complementari e coincidenti con l'attività antiterrorismo di Parigi». Ma c'è di più, «da qualche tempo i rapporti sono sempre più stretti, sulla base di interessi comuni, primo fra tutti la sicurezza e l'energia. Eni e Total hanno realizzato una partnership che ha ottenuto l'autorizzazione per i giacimenti di gas naturale al largo di Cipro, stessa situazione si è replicata in Algeria, con le due compagnie impegnate insieme nelle trivellazioni off-shore. Tutto questo è certamente da mettersi anche in relazione alla necessità di una risposta ferma alla Turchia di Erdogan». Insomma, il grande gioco geopolitico s'inoltra dalle sabbie del Niger sino al Mediterraneo e, per una volta, l'Italia non resta a guardare.

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