Quell'Ottocento somiglia tanto ai nostri giorni

Federalismo, donne emancipate e Paesi emergenti in un romanzo profetico a posteriori. Il viaggiatore del secolo di Andrés Neuman si svolge in un'immaginaria cittadina germanica

Fateci caso, quando un Libro merita la «L» maiuscola, la merita perché non è soltanto un libro: è anche un luogo. Può essere luogo di lavoro (Il libro dell’inquietudine, Pessoa), o di villeggiatura (Agostino, Moravia), o di cura (La montagna incantata, Mann), o di detenzione (Arcipelago Gulag, Solzenicyn). Oppure può emergere, come un’isola mobile e ondivaga, dagli abissi di un sogno talmente lucido da confondersi con la realtà (la Commedia di Dante), o ancora, essere un vettore lanciato verso altri luoghi, fedele alla traiettoria di una mistica dell’imponderabile (Odissea 2001, Clarke). Il lettore prende posto, come a teatro, nella poltrona accanto a quella dell’autore, e insieme a lui, mentre le luci si abbassano e il sipario di alza, entra nell’atmosfera ovattata di un’avventura domestica, delimitata da rassicuranti confini dove tutto si tiene, evolvendo.
Ebbene, Il viaggiatore del secolo di Andrés Neuman (Ponte alle Grazie, pagg. 488, euro 20, traduzione di Silvia Sichel, da oggi in libreria) è proprio così, un bel posto. Si sta comodi in poltrona, nel salotto dei Gottlieb, sorseggiando il tè e spiluccando tartine, discutendo di Kant e Novalis. Ci si sdraia sulla nuda (ma quanto accogliente!) terra della grotta che il suonatore di organetto, un Socrate tanto analfabeta e beone quanto saggio e conoscitore del mondo, ha eletto a propria dimora. Si cammina per gli stretti vicoli di Wandernburgo, l’immaginaria cittadina un po’ sassone e un po’ prussiana, un po’ gaudente e un po’ retriva, un po’ solare e un po’ buia: piccolo universo accarezzato dalle acque del fiume Nulte e dal corso impercettibile della Storia. Ci si ubriaca di birra in una fumosa taverna e di sesso sull’erba fresca di primavera. Ci si ritrae, intimoriti e sospettosi, dall’oscurantismo della Chiesa, incarnato dal morboso curato Pigherzog che compila il suo «Libro sullo stato delle anime» (e soprattutto delle loro donazioni... ) con l’acribia di un impiegato del catasto.

Sulle prime, ci pare d’esser lì soltanto di passaggio, destinati a chissà quali mete che immaginiamo circonfuse di gloria e di futuro. Forse la stessa gloria, forse lo stesso futuro che sono nei piani di Hans, il protagonista, viaggiatore e traduttore. È arrivato da Berlino, è giovane, bello, ambizioso. Porta un berretto frigio già fuori tempo, in quel XIX secolo impregnato di restaurazione. L’Europa che cambia, che è già cambiata soltanto per tornare a essere com’era prima della tempesta napoleonica, gli sta stretta. Anela un federalismo rispettoso delle patrie grandi e piccole, non una confederazione di facciata, non un’unione da bottegai, con una mano sul cuore e l’altra sul portafogli... «Domani raccatto le mie cose e mi trasferisco da qualche altra parte», promette a se stesso poche ore dopo aver messo piede nella locanda del signor Zeit (Zeit, il tempo che passa...).

Invece no. Dapprima renitente, poi quasi rassegnato, infine esaltato da una passione che non può, non deve retrocedere allo stato di trattenuta e borghese amicizia, capisce che il suo viaggiare, questa volta, può attendere. Il richiamo di Sophia (Sophia, la sapienza... ), figlia di Herr Gottlieb, vedovo e solido benestante, è irresistibile. Un ricciolo capriccioso, un piedino malizioso, un sorriso malcelato dal ventaglio, sono segni inequivocabili che il matrimonio promesso al bellimbusto Rudi Wilderhaus è soltanto un’ipotesi da non sottoporre (per carità!) alla prova dei fatti. Meglio, molto meglio, rotolarsi fra le lenzuola o all’ombra di un albero, quando i sensi accompagnano l’esplosione dell’estate. E poi, facendo seguire l’utile al dilettevole, tradurre a quattro mani di nascosto da tutti, in una complicità che pacifica e attizza, i poeti più amati.

Tutto intorno, il mondo di Wandernburgo continua a ruotare sul proprio asse, pianeta periferico e insieme centrale, la parte per il tutto. Il professor Mietter pontifica, il manovale Reichardt sputa odio proletario sui padroni, l’imprenditore spagnolo Álvaro de Urquijo, wandernburghese d’adozione, simpatico sodale e confidente di Hans, piange l’adorata moglie prima e dopo i dolci intrattenimenti con Elsa, la cameriera di Sophia. Il registro del conte philosophique s’intreccia alle liaisons dangereuses, il noir s’intinge nell’inchiostro notturno di un misterioso violentatore di fanciulle e attempate signore. E il XIX secolo diventa Novecento, prefigurando gli equilibri mondiali instabili, l’emancipazione della donna, il progresso tecnologico, l’America...
Andrés Neuman, argentino di Buenos Aires, classe ’77, dopo Bariloche, targato Bompiani, 2001, torna nelle nostre librerie. Ha letto molto (i numi tutelari del Viaggiatore del secolo ci paiono Mann e Musil, Proust e Flaubert, beato lui) e molto ha già scritto. Sarà meglio tenerlo d’occhio. Intanto, per non sbagliare, prenotiamo una camera dagli Zeit, possibilmente vicina a quella di Hans.

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