Con questa sinistra Silvio vince sempre

Dalle toghe alle tonache. C’è un mondo pronto a sostenere qualsiasi stortura, pur di cancellare dalla storia quell’orrendo sfregio alla democrazia che porta il nome di Berlusconi. Come si permette di governare, solo perché prende più voti? Devono vincere e governare i migliori, cioè la sinistra. Si guardano fra di loro, con occhi spiritati, cercando ciascuno conferma della propria pazzia in quella del compagno più vicino. Così la sinistra s’è prima piegata al giustizialismo fascistoide e ora si genuflette innanzi all’assemblea vescovile, sperando che dagli altari sia possibile quel che dai palchi non riescono a ottenere. La loro prostrazione islamizzante è tale che, perdendo la visuale, temo stiano baciando la pantofola sbagliata.
Lo spettacolo è a cavallo fra il ridicolo e il commovente, mentre l’esito sarà suicida, perché più si caccia via la politica, fatta di problemi reali e idee per risolverli, più il berlusconismo trionferà. Pertanto, oggi, non volendo maramaldeggiare, dedico la mia riflessione a un errore commesso da Silvio Berlusconi, che non avrebbe dovuto querelare Repubblica. Intendiamoci, non condivido neanche una parola di quel che tre arruffagarbugli hanno buttato giù, con saccente sciatteria, e migliaia di firmatari per professione e accodati per vocazione sono corsi a sottoscrivere. Dove mai sarebbe, l’attentato alla libertà di stampa? Il Tizio, in questo caso capo del governo, si sente offeso e si rivolge al giudice. È la cosa più normale del mondo. Almeno in quello civile, dove quei tre devono sentirsi spaesati.
Ma resta un errore, politico. Prima di tutto perché il querelante perderà la causa. A quel punto non gli servirà a niente dire che la magistratura è politicizzata, giacché se l’è andata a cercare e, ancora una volta, ha omesso di fare l’unica cosa che deve: riformare la giustizia. Per tutti, non per sé. Ma mettiamo che vinca la causa. Peggio mi sento, giacché, a quel punto, dovrà plaudire alla giustizia che funziona e rimangiarsi quindici anni di polemiche.
Fra il perdere e il vincere c’è la realtà, ovvero i tempi morti di una giustizia in coma. In quel lasso di tempo, in cui anche un elefante può morire di vecchiaia, saranno più numerosi i lettori delle dieci domande incriminate. E questo è autogol. Senza contare che gli italiani se ne impipano del decaquestionario e, semmai, gradirebbero costumi meno evidenti, ove mai non più morigerati.
La fortuna di Berlusconi è sempre la stessa, enorme: l’opposizione che si ritrova. L’appello repubblichesco ne è l’ennesima dimostrazione. Dalle parti di Arcore, va detto, non sempre è felice la scelta degli amici, ma quella degli avversari è infallibile.
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