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Mattarella numero 11. La spinta ai giovani: "Non rassegnatevi e scegliete il futuro"

L’evoluzione dei suoi interventi dal 2015. La celebrazione del "successo" italiano

Mattarella numero 11. La spinta ai giovani: "Non rassegnatevi e scegliete il futuro"
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Eccola, la «nostra storia di successo», quella che da Paese di sciuscià spaghetti mandolino ci ha trasformato «in un attore di grande rilievo sulla scena internazionale». Ottant'anni di democrazia sempre più forte, di battaglie vinte contro la mafia, il terrorismo e almeno in parte la povertà, di riforme e progressi sociali, di eccellenze tecnologiche e culturali, premi Oscar e ori olimpici, ottant'anni appunto che Sergio Mattarella, nel suo discorso di Capodanno, fa scorrere come un veloce film di avventure. Forse siamo ancora un popolo di navigatori, comunque «la Repubblica siamo noi». Quindi impegnatevi, dice il capo dello Stato, votate, partecipate perché «nessuno è esentato». Soprattutto i giovani. «Non rassegnatevi, siate esigenti e coraggiosi. Scegliete il vostro futuro».

Quattro parole rapide, un quarto d'ora in piedi nello studio alla Vetrata, per rubare meno tempo possibile alle famiglie che devono affrontare il cenone e i problemi di tutti i giorni. Scenografia semplice, colorata dalla prima pagina di un giornale del 2 giugno 1946, data simbolo: primo voto delle donne e nascita della Repubblica.

Mattarella entra nelle case degli italiani, lo ascoltano in 11 milioni, per raccontare come la «storia di successo» può essere proseguita nonostante le difficoltà economiche, le guerre, le tensioni interne, l'aggressività dei giganti tecnologici, l'autoritarismo. Attenzione, ci sono «crepe» che mettono a rischio «la coesione sociale», cioè il motore «che ci ha consentito di crescere», però se ognuno fa la sua parte, «anche con le legittime dialettiche e diversità di opinione», riusciremo a parare i colpi. «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia».

Pace, giovani, Europa, sono questi dunque gli argomenti chiave del discorso numero undici di fine anno pronunciato da Mattarella, giunto ormai a metà del secondo mandato. Da quando è al Quirinale re Sergio ne ha viste e gestite di tutti i colori. Guerre e Covid, crisi economiche e miliardi del Pnrr, tre Pontefici al soglio di Pietro, governi giallovèrdi e giallorossi, da Renzi a Meloni passando per Gentiloni, Conte e Draghi: il collante presidenziale finora ha sempre funzionato.

Nel 2015 il tema era il lavoro. «L'occupazione cresce ma le difficoltà delle famiglie non sono finite». Cinquantenni disoccupati, Mezzogiorno sofferente, tasse evase. Poi l'ambiente, scosso da siccità e alluvioni. E il terrorismo islamico, era l'anno del Bataclan.

Nel 2016 spazio al caso Regeni, alle migrazioni, agli infortuni sul lavoro, ai femminicidi. Il no al referendum aveva provocato la caduta di Renzi ma non lo scioglimento delle Camere. Prima di farlo, spiegò il presidente, bisognava armonizzare le «differenti regole elettorali» di Camera e Senato.

Nel 2017 focus sui giovani, il sisma nell'Italia centrale, l'Europa. Nel 2018 la sicurezza, l'istruzione, le periferie, la criminalità. Nel 2019 un excursus sul decennio di crisi economica che allarga il divario tra nord e sud.

Tutto diverso dal 2020, «anno terribile» della pandemia. Piazze vuote, morti portati via dai camion militari, terrore. Basta salottini e poltrone, niente tappeti o camini accesi. Scena scarna e essenziale, Mattarella in piedi davanti alla vetrata spiegando senza giri di parole la necessità di «sacrifici e collaborazione».

Stesso canovaccio l'anno successivo: vaccini, fiducia nella scienza, i soldi del Recovery per la ripresa.

Il 2021 doveva essere la volta del commiato, con la speranza nei giovani al centro di tutto, invece rieccolo nei tre anni seguenti a tenere la linea a fianco di Kiev aggredita dai russi. Così come martedì sera, perché è con la pace che vivono le democrazie.

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