Regione anti-caccia

Sul calendario venatorio detta legge il fondamentalismo dei verdi

(...) È, perciò, di tutta evidenza che, sulla base di questi presupposti, non è possibile nemmeno uno straccio di accordo.
Perciò l’assessore Valentini, che «fondamentalista» non è mai stata, dovrebbe prendere cum grano salis le richieste che le arrivano dai verdi, il cui unico intento è quello di demonizzare la caccia. In occasione di ogni apertura di stagione, Bonelli & Co. ripetono la stessa litania: forniscono cifre esageratamente ridicole sull’abbattimento di milioni di volatili e lo fanno equiparando semplicemente il numero delle cartucce prodotte - nemmeno quelle effettivamente vendute - a quello degli animali morti. Ovviamente i verdi ritengono la caccia responsabile di gran parte dei disastri ambientali, a cominciare dalla riduzione delle specie selvatiche. Invece non è affatto così, semmai l’esatto contrario. La rarefazione e, in alcuni casi, il rischio di estinzione della selvaggina stanziale dipendono soprattutto dal progresso (sic!). A cominciare dall’uso di macchine agricole - che distruggono uova e nidi di diverse specie nei campi di frumento -, per passare all’utilizzazione di fitofarmaci e diserbanti (purtroppo necessari in agricoltura) che hanno effetti deleteri anche a distanza nella cosiddetta «catena biologica», per finire all’urbanizzazione e all’abbandono delle campagne, con la costruzione di grandi infrastrutture o con la bonifica di zone umide, che fanno scomparire l’habitat naturale soprattutto per gli acquatici.
I cacciatori, semmai, danno un piccolo contributo alla tutela del patrimonio faunistico, che è un loro interesse diretto. Lo fanno pagando di tasca propria i programmi di ripopolamento a livello provinciale (i soldi vengono presi dalle tasse - nazionale, regionale, tesserino venatorio e Atc - versate ogni anno dai cacciatori. Per cui i pochi animali che ancora si trovano in giro, sono quelli di allevamento che, una volta immessi nel territorio, inselvatichiscono. Ecco perché è una sciocchezza vietare la caccia alla starna. Questa specie, allo stato selvatico, non esiste più da decenni. È il volatile più utilizzato, assieme al fagiano, nelle aziende faunistico-venatorie. Per cui il divieto, stabilito dal calendario venatorio, si traduce “solo” in un elevato danno economico alle aziende che lavorano nel settore, senza aver alcun effetto benefico per l’ambiente.

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