Per «La Repubblica» chi non sta con Obama è razzista

Visto che ormai le proteste anti Obama dilagano negli Stati Uniti, visto che l’indice del gradimento del presidente Usa sono in picchiata, come potranno mai gli obamonanisti nostrani seguitare a idolatrarlo come l’uomo della provvidenza? Sono curioso di vedere come se la cavano anche se l’esperienza castrista insegna che la sinistra italiana quando prende una cotta è per sempre, anche se l’oggetto dell’amore li cornifica.


Già fatto, caro Baresi. Intendo dire che gli obamaonanisti hanno già adottato le contromisure. Come avrà letto nel servizio che il nostro Cristiano Gatti ha riservato all’argomento, questo si sono inventati: Superbarack è sotto attacco dell’America razzista, quella che non gli perdona d’essere, per usare una metafora di successo, troppo ben abbronzato. Non ci sarebbe da aggiungere altro a quanto ha scritto Gatti, ma poiché la faccenda è di quelle che si definiscono da manicomio, merita tornarci sopra. Cominciando col dire che a uscirsene per primo con la storia del razzismo è stato Jimmy Carter. Ovvero il più fesso dei presidenti americani (di lui Lyndon Johnson diceva che era così ciula da non riuscire a fare due cose insieme, come camminare e contemporaneamente masticare chewingum) e se tanto mi dà tanto ciò significa essere tra i più fessi al mondo. Sempre in tema di primati, la prima a far sua la fessaggine di Jimmy è stata Giovanna Botteri. In onda su «Linea notte» (Raitre, occorre dirlo?), mi pare fosse martedì scorso, tutta un bollore per l’indignazione rivelò che ebbene sì, le critiche e le manifestazioni di piazza contro la politica di Obama hanno una matrice razzista. Nessuno, seguitò fremente Botteri, s’era mai prima d’ora permesso di sindacare l’opera del presidente e meno che mai di dargli - come fece il deputato Joe Wilson - del bugiardo. Questo perché in America vige il principio che il presidente è il presidente di tutti gli americani e dunque tutti gli riservano il dovuto rispetto (e Bush? Quante gliene hanno dette, a Bush? Ma questi sono particolari dei quali una Botteri non si cura). E a chi può venire in mente di infrangere una simile costumanza civile e democratica, chi può osare mettere in dubbio la supremazia morale, politica e civile di Barack Obama, se non un porco razzista? Qualche giorno dopo l’argomento fu ripreso da quella sagoma di Vittorio Zucconi, il corrispondente della Repubblica dagli States. Be’, lei non ci crederà, caro Baresi, ma l’illustre collega arrivò a scrivere che se al mondo c’è uno che «conosce e riconosce istintivamente» i serpeggiamenti razzisti, questi è il fesso del quale abbiamo parlato. «Un uomo cresciuto fra le piantagioni di noccioline della Georgia», scrive Zucconi, non parla a vanvera. E individua a colpo sicuro «gli elementi di rancore insanabile e di vendetta razziale che si sono diffusi nel corpo della nazione». Poco importa che in America nessuno, nemmeno i liberal più animosi, abbiano dato peso alle parole di Jimmy. Poco importa che Jimmy sia stato mandato a quel paese dallo stesso Obama che gli ha detto, suppergiù, di smetterla di sparare... come si dice? Di sparare cavolate del genere. A tutela del loro idolo i repubblicones hanno lanciato una nuova parola d’ordine: chi non sta con Superbarack è un razzista. Embé? Tanto piacere. Io, repubbliconescamente parlando, lo sono e mi compiaccio d’esserlo.

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