La retorica "risorgimentale" è il virus politico da debellare

Il Meridione vanta ancora molti crediti...

La retorica "risorgimentale" è il virus politico da debellare

In questi giorni difficili sembrano delinearsi scenari nuovi per l'Italia del futuro. Sempre più frequenti gli attacchi dal Nord e le risposte dal Sud. Forse, però, è il caso di affrontare la questione in maniera diversa dal punto di vista sanitario, culturale e politico. Qualcuno, evidentemente, ha confuso l'ideologia con i cordoni sanitari invocati dal governatore De Luca e certo è che se, invece di affrontare una emergenza come questa con slogan come «Milano non si ferma» o «non siamo razzisti contro i cinesi o contro i lombardi», avessero davvero chiuso la Lombardia e nei tempi giusti, forse il resto dell'Italia avrebbe potuto aiutare davvero la Lombardia e forse oggi non conteremmo tante povere vittime e tanti danni. Diversa, invece, la questione dal punto di vista culturale. Di fronte ad una forma di «razzismo» più o meno velato contro il Sud presso molti media nazionali (un razzismo continuato più o meno diffusamente per oltre un secolo e mezzo), c'è stata una risposta spesso carica di rabbia e orgoglio da parte del Sud, a volte nelle istituzioni, altre volte sui social, con decine di migliaia di persone che hanno reagito magari scrivendo direttamente a giornalisti e trasmissioni o ai loro sponsor. Un fenomeno piccolo ma nuovo e significativo che si lega, però, ad un discorso più ampio e di carattere politico.

Eviteremo di parlare dei consistenti saccheggi del passato e dei famosi 443 milioni delle banche delle Due Sicilie raffrontati ai 225 di tutti gli stati italiani messi insieme (8 quelli della Lombardia) e magari eviteremo pure di ricordare i finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno che arrivarono per il 70% ad imprese del Nord con il giochino tra fondi ordinari (al Nord) e straordinari (al Sud). Eviteremo di parlare anche dei milioni di meridionali emigrati e utilizzati dal Nord per i suoi successi economici. Vogliamo solo ricordare che, secondo i recenti studi del famoso prof. Paolo Savona, sarebbero circa 50 i miliardi annualmente trasferiti dal Centro-Nord al Sud ma sarebbero oltre 63 i miliardi che il Sud fa ritornare al Nord acquistando dal Nord beni e servizi. È certo anche che in 17 anni il Nord ha sottratto al Sud oltre 840 miliardi di euro (dati-Eurispes) cancellando il diritto al 34% dei fondi pubblici. Ed è certo anche che (dati Sole 24 Ore) i famosi «pellegrinaggi sanitari» portano dal Sud al Nord oltre 4,6 miliardi di euro l'anno. Forse, allora, sono quanto meno parziali i conti di quel Nord che «se ne vuole andare». Qualsiasi tavolo di una auspicabile e necessaria discussione non si potrà aprire se non partendo da questi dati e, parlando di regionalismi prossimi venturi, dal calcolo di quanto non è stato assegnato al Sud e magari anche da quei «livelli essenziali di prestazioni» negati al Sud in questi anni di un'Italia sempre più duale. E magari, passata questa emergenza, con una nuova classe politica più consapevole e fiera, può darsi che le cose cambino davvero, che qualcuno inizi (dopo 150 anni) a rivendicare pari diritti tra Nord e Sud e magari anche ad acquistare quei beni e servizi non più al Nord, ma in giro per il mondo (da anni noi «neoborbonici» promuoviamo la campagna «compra Sud»). È una ipotesi estrema, ma che ci fa rendere conto del fatto che da questa emergenza possono venire fuori dibattiti interessanti per i futuri assetti italiani. Dibattiti mancati in 150 anni di retoriche risorgimentaliste e di (immotivati) complessi di superiorità padani associati a (immotivati) complessi di inferiorità «terroni».

È ora, forse, di dirci tutte le verità per quanto amare possano essere da una parte e dall'altra, individuando bene, tra le classi dirigenti locali e nazionali, i colpevoli passati e presenti di un'Italia che evidentemente così non funziona. In questa fase, forse, non contano ancora gli assetti futuri, ma conta la formazione di classi dirigenti che, consapevoli, sappiano fare un nuovo patto se non vogliamo affondare (tutti) sotto i colpi dei virus sanitari ma anche politici. Quelli che da 150 anni accompagnano la storia di un Paese che avrebbe potuto avere e potrebbe avere un destino di certo più sereno da Nord a Sud.