Probabilmente non c’è città al mondo più parigina di New York, quando si tratta di cibo. Un paradosso fino a un certo punto: la città che non dorme mai ha sempre reinterpretato con grande piacere l’idea della brasserie francese, con esiti a volte perfino memorabili, come nel caso di Balthazar, un ristorante aperto nel 1997 in Spring Street, a SoHo, e la cui estetica decisamente bo-bo (abbreviazione francese per bourgeois bohème, che unisce agiatezza e contegno a un tocco anticonformista e creativo) contrassegnò un’intera stagione della ristorazione contemporanea anche in Italia, lasciando il segno su decine di ristoranti italiani che aprirono all’inizio del nuovo millennio.
Questa moda in realtà non ha mai smesso di avere successo nella Grande Mela, vivendo numerose trasformazioni e non abbandonando mai una certa propensione al “nostalgismo” e trova adesso applicazione in locali come il Paris Bar di Le Meridien Hotel (120 West 57th Street, 212-581-8900), a due passi dalla Carnegie Hall e a quattro dal bordo meridionale di Central Park, una zona viva ed elettrizzante di Manhattan.
Paris Bar, da cui si ha accesso dall’interno dell’hotel ma anche da un ingresso indipendente sul piano strada, serve cucina francese tradizionale dalla colazione alla cena tutto il giorno e tutti i giorni, e lo fa con uno stile impeccabile, un servizio caldo ed europeo, un’atmosfera vibrante e in un locale perfettamente parigino, con tavoli ravvicinati secondo la tradizione parigina, illuminazione intima e quasi cinematografica, tovaglie bianche, semplici sedie di legno, un bellissimo pavimento in maioliche a formare una scacchiera bianco-nera, in fondo – dietro un bancone – la cucina a vista. I coperti sono un’ottantina.
Io l’ho visitato a cena – un po’ stordito dal jet lag e quindi desideroso di conforto e di “sta senza penzier’” e ho francamente esitato davanti a un menu ricco di piatti sostanziosi e tradizionali. La prima parte della carta è dedicata all’oyster bar, con una buona selezione di ostriche (sei per 29 dollari, dodici per 50, accompagnate da mignonnette, salsa all’harissa e green goddess), “torri” di frutti di mare perfette per la condivisione (assortimenti vari da 52, 72 e 103 dollari).
Ho deciso di saltare questa sezione e di buttarmi su un antipasto. Era ancora inverno, c’era un freddo newyorkese, e ho scelto così una deliziosa Zuppa di cipolla di rispettabili dimensioni, servita in una crosta croccante e con dentro abbondante quantità di formaggio Comté filante in modo decisamente sexy. Un abbraccio in forma commestibile. Avevano attratto la mia attenzione anche le Escargot, una Capasanta grigliata che viene servita con puré di cavolfiore e pomodorini e salsa grenoblaise. Come piatto principale ho ristretto la mia scelta alla Wellington di salmone, al Petto d’anatra grigliato e a una Bouillabaisse davanti alla quale ho davvero esitato. Ma la mia voglia di semplicità mi ha portato a scegliere una Steak frites con la cottura “medium rare”, quindi piuttosto al sangue e una montagna di patatine perfettamente fritte, asciutte e croccanti. E che cosa c’è di meglio nella vita di tante patatine buone, alla fine?
Ci sono anche alcune insalate internazionali, come la Caesar, dei sandwich decisamente opulenti (un sontuoso Croque Monsieur, un notevole Smashburger Parisien), qualche contorno. E i dolci classicisti (Profiterole, Mousse al cioccolato, Basque cheesecake) e per chi preferisce una bella selezione di formaggi.
A colazione una proposta classica con uova, pancake, dolci, succhi, caffetteria. A pranzo un menu un po’ più stringato e una formula a 35 dollari con un antipasto, un piatto principale e un dolce. Esiste anche una piccola carta per la “golden hour”, dalle 3 alle 6 del pomeriggio, con cocktail, vini, birre e piccoli “morsi” e uno per la tarda sera (dalle 10 alle 11) con una lista ristretta di piatti semplici. Nel fine settimana un brunch.
La lista dei vini è composta da una cinquantina di referenze di ogni tipologia (bollicine, bianchi, rosati e rossi) provenienti per lo più dalla Francia ma anche dagli Stati Uniti e da altri Paesi (ci sono anche un paio di etichette italiane). Io ho provato un bicchiere di un Tempranillo spagnolo piuttosto corposo. I ricarichi sono piuttosto alti, i calici costano dai 17 ai 35 euro, circa la metà delle bottiglie sono a tre cifre, ma a New York è quasi ovunque così. Chi vuol può optare per una birra, per ottimi cocktail artigianali classici e signature di moderata creatività. Ricca la collezione di distillati e liquori.
Il locale appartiene alla collezione di ristoranti di Fireman Hospitality di Shelly Fireman (una dozzina di locali tra i quali anche molte insegne italiane come Trattoria dell’Arte, Café Fiorello, Bond 45, Cafe
Paradiso e la pizzeria Fiorella). L’executive chef è George Rallis, che segue la linea del corporate chef Brando de Oliveira, diplomato al Cordon Bleue ed ex dello stellato Aureole. All’ultimo piano il rooftop Le Jardin.