Dieci anni e non sentirli, verrebbe da dire. Ma nel caso di Per Me Giulio Terrinoni la questione è leggermente più complessa: perché l’insegna romana guidata da Giulio Terrinoni festeggia il traguardo con una forma che non è solo smagliante, ma anche coerente con un’idea di ristorazione rimasta sorprendentemente stabile nel tempo. In un decennio in cui il fine dining ha spesso cambiato pelle inseguendo mode e riconoscimenti, Terrinoni ha scelto un’altra strada: meno ego, più ascolto.
Il nome del ristorante, “Per Me”, continua a funzionare come una dichiarazione d’intenti. Non tanto un vezzo linguistico, quanto un programma: mettere il cliente al centro senza trasformare la cucina in un esercizio compiacente. È un equilibrio sottile, che Terrinoni gestisce con mestiere, mantenendo una cifra gastronomica riconoscibile ma mai autoreferenziale. La sua è una cucina che risponde alle domande di oggi, senza rincorrerle.
A dieci anni dall’apertura, colpisce la tenuta del progetto. Non immobilismo, ma evoluzione controllata. I valori fondativi — attenzione alla materia prima, rispetto delle risorse, centralità del gusto — sono rimasti intatti, mentre tutto il resto si è adattato con naturalezza. Anche la sostenibilità, qui, è pratica incorporata, quasi una memoria di lavoro.
Per celebrare l’anniversario arriva “X ME”, menu che gioca con la X come numero romano, firma grafica e variabile aperta. Nessuna operazione nostalgia: Terrinoni evita il repertorio e guarda avanti, proponendo piatti nuovi o evoluzioni di idee già solide. “Una buona idea rimane tale, ma la materia è viva”, dice lo chef di Fiuggi, e il concetto si traduce in una sequenza che tiene insieme continuità e scarto.
Il percorso si apre con il carpaccio di gambero bianco, gel di cipolla rossa e foie gras marinato, uno dei suoi signature che funziona da ponte tra passato e presente. Poi i tortellini ricotta e spinaci con pomodoro e ostrica: un gioco di incastri che porta in tavola un classico italiano miniaturizzato dentro il guscio del mollusco, tra acidità e sapidità ben calibrate. La triglia alla mugnaia con ricci di mare insiste su una golosità marina diretta, senza troppe sovrastrutture.
Più narrativa la mazzancolla alla brace con tintura di peperone e misticanza: qui il ricordo — i peperoni arrostiti fuori dal ristorante dei genitori — diventa elemento aromatico e identitario. “Festina Lente”, con lepre e lumache, lavora sull’ossimoro tra velocità e lentezza, mentre l’agnello “Roma-Istanbul” chiude il cerchio tra tradizione locale e utilizzo integrale della materia, con tanto di kebab ricavato dalle parti meno nobili.
Metodo, sostenibilità, coerenza: parole spesso abusate, ma che in questo caso trovano un riscontro
concreto. Terrinoni costruisce un modello solido, più artigiano che artista, dove l’idea di cucina resta ancorata a una funzione primaria: nutrire, accogliere, restituire un’esperienza leggibile. Non è poco, soprattutto oggi.