Il caso di Eluana Englaro ha risvegliato lattenzione su un problema che da anni impegna medici, filosofi, religiosi: cosè e come deve essere trattata una persona che apre gli occhi, magari deglutisce e compie qualche piccolo movimento, ma non dimostra di avere coscienza di sé e di quello che avviene attorno? E soprattutto, cosa fare se questo stato non dura da diversi anni? La difficoltà da parte degli stessi scienziati che si occupano di questi casi - i neurologi - a stabilire dei protocolli di comportamento accettati da tutti e in grado dindirizzare lattività legislativa, nasce da un problema fondamentale: «Al momento - spiega il dottor Marco Sarà, responsabile dellUnità di Riabilitazione del San Raffaele Cassino - non si è ancora trovata una definizione univoca di coscienza e, tantomeno delle sue fondamenta nel cervello. Di conseguenza non è possibile, per definizione, stabilire criteri diagnostici certi e definitivi per stabilire se la coscienza possa essere recuperata da parte di una persona che ha subito gravi lesioni cerebrali». Va chiarito che non stiamo parlando di persone in cui non esiste più attività cerebrale. In questo caso ormai i metodi di diagnosi e di prognosi sono stati codificati e accettati universalmente, altrimenti non sarebbe possibile nemmeno effettuare i trapianti. Nel caso degli affetti da «disturbi della coscienza» ci si trova di fronte a persone che manifestano attività cerebrali residue anche importanti ma che non sono, per chi le osserva, apparentemente consce di sé e del mondo esterno. Prendere una decisione perché sono passati 5, 10 o 15 anni trova quindi una logica solo nellesasperazione e nel dolore, ma non esiste una scienza che possa fondarsi sullesaurimento della speranza. La scienza ci prova sempre insomma. Lapproccio di assistenza e di ricerca adottato dalléquipe di Sarà è quello che viene chiamato «di sponda» (in inglese edge shot). I medici e i ricercatori dellunità Rai del San Raffaele Cassino sono impegnati a sviluppare criteri prognostici standardizzabili che consentano di «bypassare» il gap conoscitivo fondamentale della neurofisiologia (cosè la coscienza e quali sono i suoi correlati cerebrali) e valutare, paziente per paziente, le possibilità di recupero, attraverso opportune terapie e attività di stimolazione o, addirittura, di non stimolazione. È un approccio pragmatico ma non attendista nei confronti di quello che la scienza, prima o poi, scoprirà. Alla base di questo filone di ricerca sta lassunto che il cervello sia un sistema complesso e che la coscienza sia lultima (nellevoluzione) figlia di questa complessità. Il verificarsi di fenomeni imprevedibili (come lentropia approssimata del segnale Eeg o variazioni del battito cardiaco) è un parametro legato alla complessità. «Un cervello che non permette la coscienza, per noi, è un cervello che si è semplificato.
Attraverso lindividuazione e misurazione di fenomeni caratterizzati da irregolarità e imprevedibilità cerchiamo di capire il livello di complessità residua del cervello e come si potrebbe, o meno, tentare di far riemergere la coscienza».Alla ricerca di una definizione univoca di «coscienza»
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