La ricetta di Bolt «Disco, reggae e un po’ di testa dura»

La ricetta di Bolt «Disco, reggae e un po’ di testa dura»

nostro inviato a Berlino

Professione fenomeno. Non è facile come dirlo. Da un anno all’altro Usain Bolt è diventato il campione di tutti. Riesce a pochi. Pelè, Maradona, Jesse Owens, Muhammad Alì, Sugar Ray Robinson, Fangio e Schumacher. E chi altro? Idolo e showman, icona del sorriso che non ha confini. Il ragazzone che ti fa divertire e incidentalmente ti ricorda di essere al di fuori di ogni norma, un caso da studiare dicono gli ex atleti, c’è qualcosa che sfugge. Oggi super anche nei guadagni, nel rapporto con il mondo e gli sponsor, non ha perso la felicità che gli viene dal sangue e dalla terra in cui è nato, ascolta musica e si diverte con i videogiochi, fa il dj in discoteca e balla il reggae, colonna sonora della sua vita, mette il naso su Facebook e scopre di avere un milione di contatti al giorno, esagera dimenticando la dieta, si esalta nei piaceri notturni, ma poi c’è il momento in cui recupera la normalità: allenamenti alle sei del mattino, vita registrata dal rapporto con la fidanzata, due guardie del corpo perché anche la fama ha i suoi rischi, sofferenza negli allenamenti agli ordini di quel burbero Glenn Mills, l’uomo che lo ha salvato da una storia forse anonima.
Usain si è presentato al mondo nella sua immensità giusto un anno fa, baldanzoso e guascone. Sembra ti dica: corro come uno di voi. Mi diverto come voi. Ma poi prende il volo. Era una fiammella, è diventato un bagliore.
L’anno scorso la sua corsa fu studiata, analizzata, rivoltata. Una domanda per tanti: sarà vero? Leggi alla voce doping. Un dubbio per tutti: cosa avrebbe combinato se avesse corso i 100 m. fino in fondo? Quest’anno ha risposto: 11 centesimi in meno. La corsa di Usain a Berlino rispecchia la crescita, la dimensione planetaria: nei frammenti conclusivi c’è la dimostrazione della sua enormità. Nei dieci metri finali ha raggiunto il massimo picco di velocità toccato da un atleta nella storia. Carl Lewis a Tokyo ’91 toccò 0.83 in piena accelerazione. Lui è andato a 0.84 negli ultimi metri, quando la stanchezza dovrebbe appesantire le gambe. Qui sta il senso della straordinarietà, accompagnata dalla capacità di schiacciare l’occhiolino alla buona sorte (domenica il vento favorevole è stato costante a 0,3 al minuto. Per la finale è aumentato a 0,9).
Rispetto a Pechino Bolt si è migliorato anche in partenza ed ha tenuto testa a Gay (che per problemi muscolari salterà i 200, ndr) proprio dove poteva perdere qualcosa. È stato davanti a tutti fin dai primi 10 metri, una macchina quasi perfetta nei meccanismi. «Certe cose, certe frequenze, non si sono mai viste al mondo», racconta Elio Locatelli, direttore dello staff tecnico della federazione internazionale di atletica. Locatelli ha visto nascere, crescere e ingigantire Bolt. E sa quanto lavoro ci sia dietro ai record. Tre anni fa il giamaicano poteva essere perso per l’atletica se lo sponsor Puma non lo avesse fatto curare due volte in Germania per un malanno alla schiena. «Quest’inverno Usain ha fatto festa, ma poi a gennaio si è rimesso a lavorare», ricorda Locatelli. Oggi lavorare significa stare in pista, ma anche saper gestire la popolarità. «Il segreto sta in tre parole: mente forte, concentrazione, lavoro duro», ripete a chi vuol scoprirne un’altra anima. L’altra sera, dopo la gara, ha cominciato a saltabeccare tra ragazzi e giornalisti che chiedevano l’autografo, è tornato in pista nello stadio vuoto per smaltire l’ebbrezza, si è presentato con i genitori in una discoteca di Berlino famosa per la musica reggae. Pochi minuti, eppoi a dormire: oggi ricomincerà con le batterie dei 200 m. Ma ha promesso che domenica, conclusi i mondiali, si ripresenterà per fare il disc-jockey.
Correre ormai è un affare, e qui entra in scena Ricky Simms, 35enne manager con aria da intellettuale, uno che fa fruttare l’icona. Bolt è un uomo da 200mila dollari a ingaggio (Londra ne ha offerti 250mila all’anno, con contratto fino ai Giochi 2012). La Puma gli versa almeno due milioni di dollari e lunedì Bolt sarà al negozio, nel centro di Berlino, a firmare autografi. Gli introiti da sponsor sfiorano i 5 milioni di dollari, in totale 7 milioni. Dopo i Giochi, Usain è stato sommerso di proposte. In aprile ha rischiato di rovinare l’incanto in un incidente stradale. Le auto sono una passione. E Bolt corre sempre veloce. Anche verso la leggenda. Ma come un ragazzo che ti dice: sono uno di voi, voglio divertirmi. Alla faccia di stress, record e profeti di sventura.

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