Il ritorno di Barak il guerriero

È il ritorno del guerriero, la riapparizione di una stella che a dispetto di un nome aveva smesso di brillare. Barak in ebraico significa «scintillio», ma Ehud Barak da sette anni naviga nell'ombra. Il grande tramonto comincia con l'Intifada del 2000 e diventa notte fonda con la sconfitta inflittagli da Sharon alle elezioni anticipate del 2001. Il ritorno alla guida del Partito laburista nel 2007 e la poltrona della Difesa non bastano a spazzare le tenebre. La crisi politica dei laburisti s'aggrava e il suo genio militare non basta né a contrastare la pioggia di missili né a far liberare Gilad Shalit, il soldato prigioniero di Hamas. L'accettazione della tregua sembra l'ennesimo pannicello caldo di un ministro della Difesa incapace di garantire la sicurezza del Paese. Ma l'ex comandante degli incursori di Sayeret Matkal, il soldato più decorato d'Israele, l'uomo che nel 1973 entra a Beirut vestito da donna per eliminare i capi di Settembre Nero e nel 1976 architetta il blitz di Entebbe ha anche stavolta un piano. Ma ha bisogno di tempo.
I sei mesi di tregua diventano il prezioso intervallo in cui tessere il grande inganno. Sotto la sua guida i servizi di sicurezza disegnano una mappa di tutte le infrastrutture militari di Hamas identificando arsenali, caserme, campi d'addestramento, nascondigli usati dai leader, tracciati dei tunnel sotterranei, bunker e postazioni di lancio per missili. Il 19 dicembre quando Hamas annuncia la fine della tregua Barak si frega le mani. Le elezioni sono a due mesi di distanza e lui, a differenza dei suoi predecessori, ha le informazioni necessarie per decapitare Hamas. La grande confusione nel cielo della politica israeliana rende la situazione ancor più favorevole. Olmert è un premier pronto per la pensione mentre Tzipi Livni ha ancora poca voce in campo militare. Una vittoria a Gaza gioverebbe solo a lui. Ma il problema più grande è la riservatezza. In un Paese dove i giornalisti sono parenti e amici di generali e ministri mantenere i segreti è più difficile che vincere una guerra. Disinformazione e riservatezza sono però il suo pane.
Il piano preparato dai suoi generali è pronto dal 19 novembre, ma Barak attende il 18 dicembre per esporlo ad Olmert, informare la rivale Livni e prepararne la rischiosa presentazione al Consiglio dei ministri convocato per mercoledì. Molti ministri lo accusano di assistere indifferente ai lanci di missili. Giornalisti e analisti sono affamati d'indiscrezioni. Barak nel presentare la riunione di governo dedica una sola riga a Gaza e preannuncia tutt'altri temi. Giovedì tutta la stampa israeliana è concorde nel ritenere che l'offensiva non scatterà prima di una settimana. Venerdì per rassicurare Hamas che ha già sgombrato le caserme il ministro della Difesa dà il via libera agli aiuti umanitari. La mossa è l'elemento chiave dell’inganno. Il giorno dopo tra l'altro è shabbat, il giorno del riposo ebraico.

I capi di Hamas, sicuri che l'offensiva sia stata rinviata, ordinano di tornare nelle caserme e rioccupare le infrastrutture dell'organizzazione. Poche ore dopo una pioggia di bombe devasta Gaza e dall'ecatombe fondamentalista risorge la stella del vecchio soldato.

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