La rivincita dei «parassiti»

I tedeschi a noi. Ma niente paura, fratelli. La nazionale di Amburgo, fiera e concreta, uscita con un rotondo 3 a 0 dalla contesa con l’Ucraina, può competere, senza indietreggiare di un solo centimetro, con la panzer divisione di Klinsmann. Italia-Germania è la prima semifinale e chi ha il cuore debole, martedì prossimo, spenga la tv. Ci si ritrova dopo il magico luglio dell’ottantadue, Madrid, e chissà se si tratta di un presagio. Assicurate le emozioni forti da una squadra che comincia a far sognare i suoi tifosi e anche il suo ct, attaccabrighe con i cronisti e malmostoso col suo gruppo, ma capace di fare, e bene, il proprio lavoro. Vinte le scommesse di ieri sera, la riproposta di Toni al centro dell’attacco e il rilancio di Totti. Il primo, preferito all’Inzaghi popolare, si ritaglia una serata indimenticabile. Due gol, tutti insieme, dopo molti ritardi e qualche aspra censura dei critici, sono un avvenimento da festeggiare con lo champagne. Il secondo comincia a prendere quota, giocate di gran qualità, assist per i primi due gol e dribbling di ogni tipo sono il suo magico repertorio esposto in vetrina. Con uno così, finalmente restituito a una decente condizione, si può aspirare a qualcosa di molto prezioso. All’orizzonte, qui da Amburgo, si riesce a intravedere la sagoma di città simbolo, Berlino, la sede della finalissima. Il risultato comodo e largo tradisce uno sviluppo diverso scandito dalle prodezze di una difesa insuperabile come lo spot del famoso tonno. Buffon e Cannavaro sono dei mostri e riducono all’impotenza anche uno come Shevchenko che alle spalle ha una formazione di modesto calibro ma animata da un gran carattere. Una, due, tre le parate del portierone azzurro. Uno, due, tre i salvataggi del capitano. E con loro ci sono altri ragazzi, semplici e umili, come Gattuso, che si battono alla grande. Questa è la nuova Italia del calcio che festeggia, con un tricolore in mezzo al campo dedicato a Pessotto, il primo risultato da esibire. Siamo tra le prime quattro al mondo, mica poco. Per i problemi noti, gli acciacchi, le assenze, le squalifiche, i cali di forma.
E adesso partenza per Dortmund, martedì 4 luglio è la notte della semifinale. Ci aspettano i tedeschi di Klinsmann e di Bierhoff, tutta gente allevata in Italia e che parla benissimo la nostra lingua oltre che conoscere a menadito il nostro calcio. Da soli contro un Paese intiero, rimasto ieri pomeriggio col fiato sospeso per tre ore, il tempo necessario per piegare (con la spintarella dell’arbitro) la resistenza dell’Argentina. Nello sguardo smarrito di Beckenbauer e del cancelliere Merkel gli affanni e i tormenti dei bianchi abituati ad asfaltare i loro rivali e invece messi in allarme da una capocciata di Ayala. Stanchi, spolpati dai supplementari, i tedeschi sono i grandi favoriti per spiccare il volo a Berlino. Da sempre hanno una caratteristica, nel calcio in particolare: non muoiono mai. Ieri si sono rimessi in carrozza a pochi minuti dall’eliminazione. Nello svolgimento avvincente dei rigori, da segnalare lo spettacolo degli stacchi televisivi sul cancelliere Merkel, in tribuna d’onore, al fianco di Beckenbauer. Quella dolce signora dal carattere di ferro, con giacca rossa, ha tifato ed esultato, ha fatto la faccia della retrocessione e si è tolta gli occhialini dalla felicità a missione compiuta. Il senso dell’appartenenza che da tre settimane ha invaso e colorato le strade di Germania, sulla scia della nazionale di calcio, è un altro degli ostacoli da superare. Per domarli bisogna togliere loro il respiro, lo spazio vitale come han fatto gli argentini. Nessuno si illuda di poter replicare l’amichevole di Firenze. Lì, per esempio, Lehmann si macchiò di almeno un paio di errori, adesso para rigori come noccioline. È dura, molto dura. Ma così diventa anche più sfiziosa la sfida. Ed esaltante. Undici «parassiti» italianuzzi non si tireranno indietro. Potete giurarci.

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