Il lato B delle americane ci salverà dallo tsunami woke che ha travolto l'Occidente. C'era una volta un tempo in cui la Levi's portava dentro alle nostre televisioni una pubblicità perfetta, di quelle che Hollywood sapeva (e tavolta sa ancora) fare alla grande. Lei, bellissima. In fuga. Bagni pubblici. Entra, trafelata. Lui lì, stravaccato su una sedia: occhiali da sole piantati contro il viso e bastone da cieco impugnato nella destra. Al tempo cieco si poteva ancora dire, oggi sarebbe meglio scrivere ipovedente. Ma ci siamo capiti. Lei, dunque, bellissima. In fuga, per l'appunto. Deve cambiarsi, per non farsi riconoscere. Il tempo è scarso e così, non essendoci nessuno se non il cieco, ecco che si spoglia davanti a lui. Resta in biancheria intima e tatuaggio, una croce nera su pelle bianca. Poi si riveste, indossa i jeans e via. Solo che il cieco non è cieco. Aspetta quello vero, di cieco, che è in bagno. E quindi, lo spettacolo se lo è goduto tutto, dall'inizio alla fine.
C'era una volta, e forse c'è ancora. Perché allora, erano gli anni Novanta, a nessuno sarebbe mai venuto da obiettare sul corpo della donna sessualizzato da un maschio alfa. Era una pubblicità punto. C'erano una volta, quei tempi. E forse ci sono ancora. Perché a guardare l'ultimo spot lanciato, sempre dalla Levi's, al Super Bowl c'è da ben sperare che questi fantastici lati B fasciati in tessuto blue jeans possano fare più di quello che non riescano a fare intellettuali conservatori e opinionisti Maga.
Ovvero riportare gli Stati Uniti alla ragione. Perché, oltre al fanatismo green delle automobili a batteria made in China da attaccare a improponibili colonnine elettriche, oltre al vocabolario Lgbtq+ da aggiornare mensilmente a ogni nuovo stato d'animo da tutelare, oltre alla neo lingua coniata dagli scrivani del politicamente corretto e oltre ai libri messi al bando dal tribunale della cultura woke, c'è il mondo reale. Ed è quello rappresentato (anche) da una campagna pubblicitaria che termina, con tanto di sculettamento a favor di telecamera, con il lato B di Doechii, strepitosa rapper statunitense. Una svista? Mica tanto. Settembre scorso, stesso marchio. Lavanderia a gettoni: Beyoncé che entra per un lavaggio, si sfila i jeans e li getta nel cestone rimanendo in mutande (bianche) davanti al macho di turno che resta senza parole per quella bomba sexy. Boom. Altro spot: sempre Beyoncé, stesso livello di testosterone, solo che anziché essere ambientato in una lavanderia di quartiere ci ritroviamo in una sala da biliardo. Il lato B della cantante sempre in primissimo piano. Come altrettanto in primo piano è il fondoschiena di Sydney Sweeney marchiato American Eagle che probabilmente, se non fosse stato per il gioco di parole sulla parola jeans che, guarda un po', fa rima con geenes / geni, non avrebbe sollevato alcuna polemica, anzi. E, invece, apriti cielo: accuse di suprematismo bianco, anatemi dem e trumpiani in fermento. Ma al di là dello slogan più o meno infelice, eccola lì Sydney: bellissima pure lei, coi suoi occhi blu e le sue forme. Come mille altre modelle prima di lei. E dire che prima di queste bombe di sessualità, in pieni anni ottanta, a spogliarsi davanti a due signorine perbene in una lavanderia era stato un ragazzotto dagli addominali super scolpiti. Altri tempi. Gli stessi della copertina di Born in the Usa, pietra miliare della musica mondiale firmata da Bruce Springsteen. Maglietta bianca, blue jeans e cappelli rosso calcato nella tasca posteriore. Un'icona. Comunque, dieci anni dopo un'altra immagine icona dei nostri tempi, "Chi mi ama, mi segua", ideata da Oliviero Toscani per Jesus Jeans. Un capolavoro troppo disruptive per quel decennio, nonostante il Sessantotto e la rivoluzione sessuale, tanto che quel lato b in primo piano e strabordante da un pantaloncino eccessivamente corto non mancò di far polemica, anche se meno rispetto a un altro slogan dello stesso anno: "Non avrai altri jeans all'infuori di me". Slogan, quest'ultimo, che finì per essere accusato di blasfemia e che attirò pure l'interesse di Pier Paolo Pasolini.
Ma torniamo ai giorni nostri. E agli Stati Uniti. Quelli fiaccati dalle risse linguistiche sul politicamente corretto. Quelli che l'omicidio di Charlie Kirk è stato lo spartiacque dietro al quale non potremo mai tornare. Troppo oltre, troppo in là. Eppure, a guardare quegli spot che ossessivamente ci sbattono in faccia lati b troppo belli per non sgranare gli occhi, viene quasi da credere che un paio di pantaloni potrebbe ricondurre tutti quanti alla ragione o meglio alla semplicità. Forse non è poi un caso che anni fa Lana Del Rey, la più americana delle cantanti americane (non per sound ma per quell'ossessiva impersonificazione di un american dream ormai morto e sepolto), sia esplosa con una canzone dedicata ai blue jeans e che, tra le altre cose, rievoca il mito di James Dean. Metà degli anni Cinquanta, l'ultima corsa in Porsche. Gioventù bruciata. Era stato anche grazie a lui, dannatamente impossibile, che quei pantaloni, prima indossati da operai e minatori, diventassero poesia di un cambiamento.
E, se allora erano una corsa sfrenata verso un futuro luminoso segnato da una crescita illimitata, oggi potrebbero essere quella salvifica retromarcia per non schiantarsi contro un presente buio segnato da una nazione che odia se stessa. Magari è troppa la speranza che riponiamo in un semplice paio di jeans.Ma, se così fosse, ancora una volta: God bless America.