Una Roma molto fotogenica se l’«eterno» si mette in posa

Una luce bianca, fredda, dai forti contrasti, con chiari rimandi ai paesaggi nordeuropei - decisamente diversa da quella gialla e calda che illumina le strade - «ruba» alla notte i profili di palazzi e statue, trasformandoli in ombre e fantasmi di una città apparentemente isolata nella sacralità dei suoi ricordi. È una Roma insolita, distante e drammatica, quella ritratta da Morten Krogvold nella mostra «Luoghi a Roma», ospitata a Palazzo Braschi fino all’8 novembre, nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell’Istituto di Norvegia in Roma. Seguendo le tracce del libro Roma-sette passeggiate di Thomas Thiis-Evensen, in cui si evidenziano le basi romane della cultura urbanistica e artistica europea, il fotografo norvegese ha realizzato circa quaranta scatti, concepiti come icone, che siano stimolo a ricordare e riflettere. Quella ritratta da Krogvold è una città ideale, dialogo di forme e geometrie che non necessitano dell’uomo per rivelare il loro essere «ombra» del Bello. Una città sorpresa nella sua fissità, che sembra mantenere solo sporadiche tracce di chi la abita, preferendo guardare all’eterno in una filosofia del monumento che vince il momento, schiacciandolo sotto la sua stessa memoria. «Ho cercato di semplificare il più possibile l’immagine - dice l’artista - invitando l’osservatore ad entrare nella scena, per sollecitarne la curiosità».
Dal Colosseo a Fontana di Trevi, da piazza del Popolo al Ghetto, senza dimenticare chiese e cimiteri, in un bagno di luce fredda architetture ed opere diventano tasselli di un trattato per immagini su mortalità dell’uomo e immortalità delle sue creazioni. I luoghi simbolo di Roma assumono una ieraticità che prevede e pretende distanza, vedendo nella netta separazione tra soggetto che osserva e oggetto osservato il primo requisito della contemplazione. Palazzi e fontane mettono in evidenza curve e perfino asperità, quasi a respingere chi guarda, con l'obiettivo, per paradosso, di sedurlo, superando «differenza» - e diffidenza - tra forma e materia. L’arte si ammira, sembra dire il fotografo, non si partecipa. Così La Pietà di Michelangelo tralascia il pathos della comunione per ribadire la perfezione di simbolo e modello del Sacro. L’angelo di Wetmore Story al cimitero acattolico, caduto sotto il peso dell’umano dolore, qui, osservato dal basso, torna ad essere oggetto di adorazione. La volta stellata di Santa Maria sopra Minerva è nascosta dalle oscurità di marmi e lapidi, le iscrizioni antiche al ghetto, coperte da tubi e grondaie, testimoniano la vanità dell’essere. Anche la modernità, rappresentata dalle opere di Richard Meier e Renzo Piano, cede il passo all’eterno, rivelando il cuore segreto di Roma, ombra di ciò che era e perfino di ciò che sarà, proprio per questo immortale e immortalata.

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