Blitz antidroga a Cisterna, in manette anche il papà di Desirèe

Gianluca Zuncheddu, il papà di Desirèe Mariottini, è uno degli otto arrestati con l'accusa di far parte di una banda che gestiva lo spaccio di droga a Cisterna di Latina. Tra i reati contestati a due di loro c'è anche l'attentato ad un carabiniere

Gestiva le consegne a domicilio di cocaina, hashish e marijuana. Prendeva le ordinazioni al telefono e poi, tramite due pusher, faceva recapitare le dosi ai clienti. C’è anche Gianluca Zuncheddu, il padre di Desirèe Mariottini, la sedicenne di Cisterna di Latina trovata morta nell’ottobre 2018 in uno stabile abbandonato nel quartiere San Lorenzo, tra gli arrestati nel blitz dei carabinieri scattato stamani alle prime luci dell’alba.

I carabinieri hanno smantellato un’organizzazione criminale dedita allo spaccio, soprattutto di cocaina, e all’estorsione, attiva sul territorio di Cisterna. Anche Zuncheddu avrebbe fatto parte del clan dal febbraio all’agosto del 2018, occupandosi personalmente di organizzare la consegna a domicilio delle sostanze. Soltanto due mesi dopo sua figlia Desirèe sarebbe stata trovata senza vita, distesa su un materasso di un cantiere abbandonato in via dei Lucani, dove è stata lasciata morire dopo essere stata stordita da un cocktail di droga e psicofarmaci e violentata da almeno tre africani, Alinno Chima, Mamadou Gara e Yusif Salia.

A fine gennaio Zuncheddu era stato ascoltato nell’aula bunker di Rebibbia dai giudici della III Corte d’Assise, nel processo per la morte della figlia. "Ho cercato di salvarla ma non ho potuto fare niente", aveva detto. L'uomo aveva ammesso di aver scoperto che la sedicenne si era avvicinata al mondo degli stupefacenti, ma non avrebbe potuto intervenire, si era giustificato, a causa del divieto di avvicinamento alla sua ex compagna, madre della ragazza. Sul profilo Facebook dell’uomo, ci sono foto e messaggi d’amore per la sua bambina, uccisa quella maledetta notte del 18 ottobre di due anni fa, nella crack house di San Lorenzo. Ora Zuncheddu si trova rinchiuso nel carcere di Latina.

Tra i business del gruppo non c’erano solo spaccio ed estorsione. Nel maggio del 2018 due degli appartenenti al sodalizio criminale avevano cercato di intimidire un maresciallo dei carabinieri che stava indagando sulle attività della banda. Contro la sua automobile erano stati esplosi diversi colpi di arma da fuoco, per costringerlo a farsi i fatti propri. Non solo. Per tutelare i propri affari, secondo quanto è emerso proprio dall’inchiesta dei carabinieri, gli stessi autori dell’attentato stavano progettando altri assalti, non solo ai militari dell’Arma, ma anche ai loro familiari.

In tutto sono otto le persone finite in manette. In cinque si trovano in cella nel penitenziario del capoluogo pontino, due degli indagati dovranno scontare la pena ai domiciliari, mentre un altro componente della banda si trova già in carcere sempre per reati legati alla droga.

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