Censimento dei campi, i rom contro Salvini: "Non abbasseremo la testa"

A Roma la comunità rom si schiera contro il censimento dei campi indetto dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini: "Gli sgomberi? Ricordano l'Olocausto"

Censimento dei campi, i rom contro Salvini: "Non abbasseremo la testa"

Centoventisette baraccopoli istituzionali e migliaia di micro insediamenti abusivi: è la galassia dei campi nomadi in Italia. Veri e propri ghetti dove spesso a comandare sono degrado e illegalità. Dopo l’ennesimo rogo partito dal campo di Lamezia Terme, che ha tenuto sotto scacco la città per diverse ore, il Viminale ha deciso di censirli tutti entro due settimane. L’obiettivo della ricognizione, messo nero su bianco dal ministro Matteo Salvini in una circolare inviata ai prefetti, è quello di “ripristinare le condizioni di legalità” attraverso un “progressivo sgombero delle aree abusivamente occupate”.

La sfida dei nomadi: “Verso un nuovo Olocausto, non abbasseremo la testa”

Parole che hanno fatto saltare sulla sedia decine di sindaci italiani. “Il mio terrore è che i milanesi vedano più nomadi in giro per la città e che le lamentele aumentino”, ha attaccato il primo cittadino di Milano, Beppe Sala. I timori di Palazzo Marino sono condivisi anche dalla comunità rom che bolla come “incostituzionale” la richiesta del governo. “Non si può fare un censimento su base etnica”, tuona Najo Adzovic, storico portavoce dei rom della Capitale. “Gli sgomberi ci ricordano l’Olocausto”, attacca. “E se tra quindici giorni inizieranno a buttare fuori le persone trattandole come ai tempi del nazifascismo – avverte – noi non abbasseremo la testa”. “Abbiamo fatto anche appello alla Santa Sede, sono gli unici che ci proteggono”, continua. Nei giorni scorsi, però, il ministro aveva difeso la direttiva: “Visto che per queste realtà vengono spesi, quasi sempre male, milioni di euro di fondi pubblici al mese ritengo sia dovere del ministro e diritto degli italiani sapere chi in queste realtà vive di illegalità, manda i figli a scuola, ha un lavoro, paga le tasse o campa alle spalle del prossimo”.

La mappa degli insediamenti a rischio sgombero

Soltanto a Roma, secondo i dati dell'Associazione 21 Luglio, le baraccopoli istituzionali sono 16. Sei i campi ufficiali, riconosciuti dal Campidoglio, e dieci quelli tollerati. A questi vanno aggiunte le oltre 300 favelas sparse in tutta la città. Ad essere presi di mira nelle prossime settimane potrebbero essere proprio i campi informali, a cominciare da quello di via Salviati, dove si conta il maggior numero di presenze. Qui nel marzo scorso era dovuto intervenire addirittura l’esercito per bloccare i roghi tossici. “Qualche giorno fa sono arrivati i vigili ad informarci che ad agosto il comandante Di Maggio verrà a verificare le condizioni in cui viviamo”, ci spiega una donna serba che assieme ad altri trenta rom di origine bosniaca vive in un piazzale occupato da oltre trent’anni accanto al capolinea dei bus dell’Arco di Travertino. La prospettiva delle ruspe non sembra spaventarla. “Salvini? Deve andare a quel paese, non può farci nulla”, ci spiega. “In strada non ci finiamo, lavoriamo e possiamo permetterci un affitto – specifica – certo, se il Comune ci assegnasse un alloggio sarebbe anche meglio”. Quando le chiediamo perché, allora, continuino a vivere nelle roulotte ci risponde: “Questione di abitudine”.

Il fallimento delle politiche di inclusione

Negli accampamenti però si rincorrono le voci sull’imminente giro di vite. “A via Salviati potrebbero sgomberare già a fine mese - ci assicura - tanto che in molti si stanno organizzando per chiedere la casa popolare oppure ottenere il sussidio del Comune". “La direttiva di Salvini rischia di innescare un cinico gioco dell’oca che lascerà in mezzo alla strada centinaia di persone”, denuncia Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 Luglio, anche alla luce della stretta sui palazzi occupati contenuta nel decreto sicurezza che partirà dalla primavera del 2020. “Molti sono cittadini italiani, dove andranno?”, si domanda l’attivista, che critica pure le misure messe in campo finora dal Campidoglio per includere i circa 6mila rom presenti nei campi capitolini. “Di quelli che hanno accettato il sussidio del Comune per rientrare in Romania, almeno sei sono già tornati perché gli assegni non sono mai arrivati”. “I campi costati al Campidoglio milioni di euro sono stati lasciati senza assistenza e si sono trasformati in bidonville”, rilancia Adzovic. “Giusto superare la logica delle baraccopoli – continua – ma non con sgomberi fine a sé stessi”. L'alternativa proposta dai rom è quella dell’autorecupero con “l’assegnazione di casali abbandonati che si trovano al di fuori dei centri urbani”. Una soluzione che, però, non sembra andare nel verso dell’integrazione.