Ruche e trasgressione Il rosso Valentino si tinge d'Oriente

Nuova boutique a Tokyo e sfilata con la collezione per la prossima primavera

di

Tokyo «Passare dal mondo dell'esclusività a quello dell'inclusività, trovare il punto d'incontro tra un vuoto pieno di significati e la bellezza imperfetta del nostro tempo inquieto». Pierpaolo Piccioli riassume così l'interessante progetto messo a punto con il suo staff e con l'amministratore delegato Stefano Sassi per ridefinire il marchio Valentino in Giappone. Il bravissimo designer romano che da oltre due anni è l'unico direttore creativo del brand dopo otto anni di poltrona condivisa con Maria Grazia Chiuri, parla del suo tentativo di fondere due difficili concetti filosofici giapponesi come MA (il vuoto, lo spazio invisibile) e WABI-SABI (il transitorio, l'imperfetto, la bellezza nascosta) con l'estetica occidentale magnificamente raccontata dal nuovo corso di Valentino. Si comincia quindi con l'inaugurazione della nuova boutique monomarca all'interno di Ginza Six, il più grande (occupa la bellezza di due isolati) e raffinato tra tutti i mall di Tokyo. Distribuiti su cinque piani, gli 885 metri quadri del negozio sono stati allestiti in collaborazione con Sarah Andelman, co-fondatrice e anima di Colette, il celebre concept store parigino che ha veramente cambiato i connotati alla cosiddetta shopping experience. «L'abbiamo pensato come una capsula del tempo spiega Pierpaolo un luogo in cui la tradizione entra nella modernità e le culture si fondono tra loro». Da qui l'idea di collaborare con artisti e stilisti giapponesi per mettere a punto oggetti che non si possono trovare altrove. A sorpresa il meno interessante è stato Yohji Yamamoto che si è limitato ad aggiungere un borsellino con la sua firma a una borsa a bandoliera di Pierpaolo, invece Undercover ha realizzato deliziose pochette con stampe rinascimentali, Doublet felpe e T-shirt esaurite in 16 minuti d'orologio mentre Kouroki, storico brand di denim giapponese, ha unito il proprio sapere tessile con la cultura sartoriale dell'atelier. Ancor più belli gli oggetti d'arte che vanno dalle maschere del teatro Noh alle lacche fatte con la millenaria tecnica Urushi. Da perdere la testa i fermagli dei capelli delle geishe, per non parlare degli origami Muromachi del periodo Shinto che impongono di costruire in un solo foglio di carta perfette riproduzioni di animali mitologici o reali comunque leggeri e pieni di poesia. Non mancano le statuine di Tetsuya Noguchi e le minaudiere in bronzo di Harumi Klossowska de Rola (la vedova di Balthus). Accanto a tutto questo la moda griffata Valentino e poi oggetti d'uso quotidiano come le mascherine antimicrobo per cui i giapponesi hanno una vera mania e che qui sono logate o con stampa mimetica. Conclude la kermesse la sfilata della collezione Prefall 19 (ovvero quella per l'autunno 2019 che arriverà nei negozi il prossimo aprile) con 70 capi da donna e 20 da uomo per la prima volta in passerella insieme. Qui l'idea di bellezza imperfetta trionfa su ogni altro stilema culturale cui di fondo ci si potrebbe anche aggrappare confrontandosi con il Paese che ha trasformato l'estetica in necessità oltre a dare i natali ai tre designer (Rei Kawakubo di Comme des Garçons, Issey Miyake e Yohji Yamamoto) che hanno traghettato la moda del XX secolo nel futuro. Tutto è leggero, aereo e sorprendente. I volant si arrampicano in verticale, le ruche vanno dappertutto tranne sul fondo delle gonne dove di solito stanno mentre le pieghe sono piatte, stirate, messe di traverso con un gusto quasi diabolico per la trasgressione. I colori sono a prima vista primari. C'è tanto rosso diverso però dal rosso Valentino, saturo di lacca e cinabro: un rosso che sa di Oriente un secolo dopo Cho Cho San. Poi c'è una sorta di verde petrolio scurissimo ottenuto tingendo di nero tutte le fantasie floreali tipiche degli anni Ottanta. Infine il bianco-lana (sublime il cappotto in maglia alleggerito da una furbissima doppiatura di tulle) e tanto, tantissimo nero reso moderno e ugualmente teatrale da un uso sublime delle forbici. Per il cappotto rosso con le maniche fatte da ruche, fiocchi e volant mixati in un'unica scultorea forma a jambon, si rischia il deliquio. Lo stesso avviene con le borse, un'antologia di modelli semplicemente fantastici. Alla festa dopo sfilata c'è pure la performance a sorpresa della poetessa Rupi Kaur che su Instagram ha 3,5 milioni di follower. È l'unico scivolone verso il troppo che come si suol dire «stroppia». Per il resto Pierpaolo Piccioli si riconferma come un uomo di shibumi, qualità ineffabile che significa modestia senza pruderie, comprensione più che conoscenza, raffinata semplicità.

Commenti