Sì unanime del Pdl, ma si tratta ancora

RITOCCHI Possibile qualche altro emendamento. E Il Colle fa sapere: «Il presidente non entrerà nel merito»

Sì unanime del Pdl, ma si tratta ancora

Roma - Seppur dopo estenuanti trattative con i finiani e con l’opposizione di quella che Berlusconi definisce la «lobby di magistrati e giornalisti», il disegno di legge sulle intercettazioni cammina spedito verso il sì. Prima al Senato, dove giace ora, poi alla Camera. Ma i suoi contorni sono tutt’altro che ben definiti. Un primo via libera è arrivato dalla direzione del Pdl con un voto all’unanimità e, soprattutto, con il beneplacito di Fini, il quale ha applaudito: «La nuova formulazione fa sì che il ddl di certo non contrasti con gli altri impegni presi con gli elettori; quelli in materia di lotta alla criminalità e di difesa della legalità».

Un testo che ha subìto molteplici limature e che, comunque, sarà suscettibile di qualche ulteriore correzione. Per esempio, sarebbero in arrivo sanzioni fino a 450mila euro per gli editori che pubblicano intercettazioni di cui era stata disposta la distruzione. La sanzione varia da 100 a 300 quote ma siccome, secondo la legge attuale, ogni quota può valere da un minimo di 258 euro a un massimo di oltre 1.500, il massimo della pena può sforare i 450mila euro. Altro ritocco sui limiti di tempo per l’ascolto: le intercettazioni potranno essere prorogate, oltre il totale di 75 giorni, di tre giorni in tre giorni invece che di 48 ore in 48 ore, qualora il pm riscontri il rischio che si stia per compiere un nuovo reato o se si tratti di una prova fondamentale. Verrà soppressa, invece, tutta la parte del testo che prevedeva la non obbligatorietà dell’arresto per chi veniva sorpreso a compiere violenze sessuali di lieve entità verso minori. Colpo di bianchetto pure sulla possibilità di opporre il segreto di Stato alle conversazioni tra agenti dei servizi o tra terzi che parlano di attività legate agli 007.
Tutte le ultime novità sono racchiuse in un pacchetto di emendamenti che il presidente del Senato Renato Schifani, in queste ore nella veste di mediatore con un occhio pure al Quirinale, ha rinviato in commissione Giustizia.

Subito dopo, già nel pomeriggio di oggi, il provvedimento giungerà in Aula. Ma le trattative proseguono ad oltranza perché pare che neppure la proroga dei tre giorni sarà definitiva e sarà suscettibile di ulteriori ritocchi all’insù. Il Colle, infatti, su questo aspetto potrebbe eccepire, anche se in serata precisa: «Il presidente non entra nel merito». Dal punto di vista politico, tuttavia, l’intesa con i finiani sull’impianto della legge dovrebbe reggere e anche nel passaggio alla Camera non dovrebbero esserci sorprese. Non è escluso, però, il ricorso alla fiducia perché, dice il presidente della commissione Giustizia in Senato Filippo Berselli, «dipenderà dall’atteggiamento dell’opposizione. In Commissione ha sempre fatto muro, chiedendo il ritiro dell’intero provvedimento». Ma questa ipotesi per ora viene ufficialmente smentita sia da ambienti governativi che dalla maggioranza.

Chi non pare ancora soddisfatto, tuttavia, è il finiano Fabio Granata che arriccia il naso specie per il capitolo delle maximulte ai media: «Le ammende per gli editori ci paiono un passo indietro ma pensiamo ancora di modificarle. Per quanto riguarda invece la lotta alle mafie e la salvaguardia delle indagini il testo ha fatto dei passi avanti notevoli. Tutti nella direzione da noi auspicata». Ulteriori modifiche in vista a Montecitorio? Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, giura di no: «Il testo che sarà approvato dal Senato non subirà modifiche alla Camera».

Resta contraria l’opposizione, che con Anna Finocchiaro attacca il presidente della Camera: «Fini si dice soddisfatto? Io non mi accontento» e con il leader del Pd Pierluigi Bersani promette battaglia: «Valuteremo, ma tira una brutta aria. Ho l’impressione che il nostro giudizio negativo resterà tale». E anche Pier Ferdinando Casini boccia il provvedimento: «Questa legge non ci piace, voteremo contro». Scontato il «no» di Di Pietro che invece parla di «legge fascista».

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