Sacconi: «Sì ai contratti decentrati»

Roma. Salari più alti per chi lavora al Nord sia nel pubblico che nel privato. Il progetto della Lega Nord si scontra però con l’opposizione di sindacati e Confindustria, con le remore dei «meridionalisti» del Pdl e con la totale chiusura dell’opposizione. In realtà, il governo già da tempo sta lavorando all’attuazione del protocollo di riforma della contrattazione. Spingendo sulla detassazione degli incentivi ai contratti decentrati che recepiranno sia le variabili legate alla produttività che - ed è ciò che interessa al Carroccio - quelle legate al costo della vita. «Salari legati al territorio e determinati dalla contrattazione decentrata», ha spiegato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi (nella foto) ribadendo che c’è «un’unica posizione del governo e quindi della maggioranza», una posizione che «affidi al contratto nazionale la difesa» del minimo salariale e conceda uno «spazio notevole alla contrattazione decentrata». Come ha detto il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, «serve un federalismo contrattuale».
A questo bisogna aggiungere che ieri nel «muro» del Pd si è aperta una piccola ma significativa crepa. Il responsabile esteri ed ex segretario Ds Piero Fassino ha dichiarato al Corriere che «è assurdo pensare che la soluzione siano le gabbie salariali ma lo strumento c’è, ed è la contrattazione aziendale» chiedendo alla Cgil «di riaprire il confronto senza rigidità». Un’apertura importante se si considera che il candidato alla segreteria Pier Luigi Bersani ormai da giorni ripete che «sono impraticabili e inefficaci».
Il cuore del problema, tuttavia, risiede altrove. Il «no» di imprenditori e sindacalisti appare difficilmente superabile. «Qualsiasi provvedimento che istituisse per legge le gabbie salariali sarebbe inaccettabile, dirigista, illiberale e statalista», ha tuonato il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni. Riproporle sarebbe «un’enorme sciocchezza, un ritorno agli anni ’50», gli ha fatto eco il segretario confederale Cgil, Agostino Megale. Ecco perché il governo non può far altro che esercitare una sorta di moral suasion per convincere le parti a confrontarsi sui nuovi modelli.
Il Pdl, tuttavia, non ha assunto un atteggiamento univoco. «Il tema vero da porre nel confronto con sindacati e Confindustria - ha detto il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi - riguarda la possibilità di una contrattazione locale». Alla disponibilità di Lupi fa da contraltare il ministro La Russa: «La Lega è come una discoteca con la musica troppo forte, per capire le parole bisogna abbassare il volume».
Alle parole si contrappongono i numeri. Secondo i dati Svimez, nel periodo 2004-2006 il costo del lavoro al Sud si è abbassato dello 0,4% rispetto al +1,2% del Nord. In media nel Mezzogiorno un’impresa spende 27.500 euro per addetto a fronte dei 36.800 euro settentrionali. Tuttavia la Camera di commercio di Monza fa notare che un single milanese sopporta spese fisse superiori del 53% di un omologo barese e del 56% rispetto a un palermitano. La guerra delle cifre continua.

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