Il sacro fuoco della lettura è un terremoto

«Libri, libri, libri e ancora libri. Dottore, non può neppure avvicinarsi all’idea di cosa fosse la nostra casa prima che mio marito vedesse in tv le immagini del terremoto. Ingombrante, ossessivo, pesante, impolverato, quel magma di copertine ci insidiava il poco spazio rimasto. Se volevo fare un bagno dovevo prima vuotare la vasca (il box doccia era ormai un monolito di saggi e romanzi storici) e perfino quando accendevo il forno temevo che... ».
La donna abbassò lo sguardo sulle dita che lisciavano nervosamente il manico della borsetta. Il dottore non parlò. Da qualche tempo aveva iniziato a chiedersi per quale ragione, quasi 40 anni prima, avesse deciso di fare lo psicanalista. E in quel momento il pensiero era alla deriva in quella direzione.
«Per Daniele - riprese la donna con un tono che non tradiva rassegnazione - i libri erano tutto: strumenti di lavoro e di svago, cultura e anche arredamento. Capisce?».
«Certo. Ma i conflitti patogeni risalgono spesso all’infanzia e di questo lei non mi ha ancora saputo dire... ».
«Per lui i libri erano soprattutto passione, anzi passioni improvvise. Se vedeva un documentario sul Polo Nord, partiva a caccia di testi che parlavano di spedizioni artiche; se gli consigliavano uno sconosciuto autore giapponese, non si dava pace fin quando non trovava tutti i suoi romanzi... ».
«Cara signora - l’interruppe il dottore - questo furore di possedere libri fa da specchio, riflette un disagio psichico che tra le persone colte, e non più giovanissime, è abbastanza frequente».
«Ah, il disagio c’era di sicuro, ma era fisico. Quando doveva consultare un testo, lo cercava per ore, spesso a vuoto, sempre spossato dall’ansia che gli rotolava dentro. Fino al giorno del terremoto».
«Ma è proprio sicura che l’attuale stato di suo marito sia in relazione a quelle notizie? Agli infermieri ripete spesso una frase: “Dovevo. Dovevo. Era un’ineludibile questione di giustizia”. Cosa significa?».
«Dopo aver visto un libro tra le macerie, mi pare Il processo di Kafka, diceva che non poteva più accettare lo squilibrio, usava proprio questa parola, tra lui, che di libri ne aveva migliaia, e chi non ne aveva più. “Anch’io devo perdere tutto”, diceva con lo sguardo imbambolato fra titoli e copertine. Ero convinta che fosse solo pessimismo. Invece il sabato mattina sotto casa c’era il camion dei traslochi».
«Poteva essere la tanto attesa liberazione da quella biblioteca da galera... ».
«Lo credetti per pochi minuti. Ma quando disse che i libri aveva deciso di bruciarli, tutti, e per questo li portava nella casa di campagna dove c’era una grande stufa, ebbi solo pensieri lugubri».
«Va bene questa smania d’aver pietà di tutti - sbottò indispettito il dottore, pensando che certi pazienti esistano solo per far arrabbiare, in un modo o nell’altro - ma non poteva venderli, donarli, lasciarli sulle panchine del parco?».
«Quando uscì di casa con l’ultimo libro, l’Ethica di Spinoza, quello che gli era più caro, testo latino a fronte, mi disse solo: “Io non devo sciogliere il legame con i miei libri, lo devo annientare”».
«E dopo?».
«Per un paio di giorni non si fece vivo. La mattina del terzo tornò con uno scatolone, uno di quelli del trasloco, ben chiuso, ma leggero, sembrava vuoto. Era sereno, aveva ritrovato anche la sua fedele ironia. Gli dissi che dovevo andare da mia sorella, in Australia, perché si era ammalata. Fu molto carino. La mattina dopo in aeroporto, al momento di salutarmi, mi chiese dove acquistavo i barattoli per le conserve sott’olio. Si vede che in campagna... fu la mia reazione di fronte a quella strana domanda. Strana per lui. Daniele in cucina ha difficoltà perfino nel condire l’insalata... ».
*** *** ***
“Certe patologie d’origine ignota possono effettivamente sparire in modo altrettanto sconosciuto”, pensò, o meglio, sperò il dottore. Nella sua clinica da una settimana un uomo insisteva per tornare ai suoi libri «macinati dalle fiamme ed evaporati dal calore» e all’origine c’era solo la rielaborazione interiore di qualche immagine tv!
«Dall’Australia l’ho sentito solo un paio di volte. Era il solito Daniele. Ma dopo qualche settimana, guarita mia sorella, tornai a casa. E fu il panico. Entrando, almeno quel poco che riuscii ad entrare, mi parve di cadere in un incubo. In realtà inciampai in un mucchio di vasetti di vetro impilati e caduti dietro la porta».
«Una metamorfosi predestinata», buttò là il dottore senza un perché.
«Già, il nostro appartamento era tornato un ingolfato magazzino. Ma pieno di migliaia di barattoli di vetro, tutti con le loro belle etichette colorate».
«E come giustificò quel nuovo caos?».
«Mettendo nella stufa, tra i primi, il libro delle lettere di Flaubert, aveva scoperto, così disse, che quelle pagine cedevano alle fiamme e al fumo, integralmente, intatto, il loro capitale letterario. Caratteri, dolori, intrighi, morti, passioni, invidie, erotismo, tutti i miasmi della vita così magistralmente raccontati lui, ne era convinto, li ritrovava pari pari in quelle esalazioni di diverso colore e odore. Insomma, ogni fumo era l’identikit di un libro. Un po’ come ogni luce policroma ha il suo spettro. E aveva cominciato a riempire barattoli su barattoli. Certo, i libri li aveva bruciati. Tutti. Ma non se n’era liberato».
«Quando decise di farlo ricoverare?».
«Perché non smetteva più di leggere e rileggere, cioè di aprire e chiudere i vasi per aspirarne le bolle d’aria fumosa. Aveva anche acquistato un apparecchio per l’aerosol... Ero molto preoccupata per la sua salute e avevo fatto sparire un bel numero di, diciamo volumi. Quando se ne accorse ebbe quasi una crisi epilettica. Non mi parlò più. Prima di cena lo trovai nello studio, semisvenuto, accanto al barattolo, vuoto, di Mi farò mummia di Shimada Masahiko. Che cosa potevo fare?».

*** *** ***
“La mente è proprio un conto cifrato”, fu il pensiero rinsecchito del dottore mentre accompagnava la donna lungo i corridoi della clinica. L’origine del massacro psichico, un uomo inzuppato di libri, era chiara, ma il rimedio...
Daniele era in poltrona, lo sguardo alla tv spenta. Girò la testa all’aprirsi della porta, ma la visita gli sfilò dagli occhi solo un lampo malinconico.
«Dottore, quanto manca?».
«Poco, l’infermiere sta arrivando, si prepari».
«Quanto manca a cosa?» chiese la moglie.
«All’arrivo delle videocassette. In questi ultimi due giorni lo stiamo sottoponendo a una dose massiccia di film di genere catastrofico. Con un tambureggiante, sfrenato input di immagini apocalittiche speriamo di riuscire a, come dire, riattivare, riaccendere quel suo desiderio di giustizia paritaria - sì, proprio quello che dopo il terremoto gli ha fatto bruciare i libri - e a spingerlo invece all’eliminazione di tutti i barattoli tossici».
«Con un’overdose di La distruzione del mondo, vecchio film del 1933 - riprese il dottore - siamo riusciti a scuotere la sua indifferenza iniziale. Ma signora, non si faccia illusioni. È una terapia un po’ insolita. Direi quasi sperimentale».

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