Così la Cannabis terapeutica viene gestita in Usa e Ue

Dalla nascita del fenomeno della marijuana medica ad oggi: la strada verso la legalizzazione della cannabis negli Stati Uniti e in Europa. Ecco le differenze tra i due Paesi

Sempre più Paesi guardano alla cannabis terapeutica come a un efficace trattamento per alleviare diversi disturbi, spesso resistenti ai farmaci tradizionali. Negli ultimi anni, anche la comunità scientifica si è affacciata allo studio della marijuana medica, dimostrando le potenzialità della sostanza nel trattamento di disturbi legati a cancro, sclerosi multipla, epilessie, dolore cronico e altre patologie. Di recente la Commissione delle Nazioni Unite sugli stupefacenti ha approvato una serie di misure proposte dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, relative alle proprietà della cannabis. In particolare, è stata decisa l'eliminazione della marijuana dalla tabella delle sostanze più pericolose, in cui si trovano anche cocaina ed eroina. Anche il pensiero della popolazione sta andando incontro a un cambiamento e sempre più persone sostengono l'importanza dell'introduzione della cannabis per uso medico. Ma non solo. Di recente, il 68% della popolazione degli Stati Uniti si è espressa positivamente sull'uso della marijuana in generale, sostenendo la possibilità di legalizzarla. Secondo il sondaggio Gallup, negli anni c'è stato un incremento significativo della percentuale di favorevoli all'uso di cannabis: dal 15% del 1977, fino al 68% del 2020, passando per il 50% del 2011 e il 66% degli ultimi due anni.

Cannabis terapeutica, il fenomeno in USA

A introdurre la cannabis nella medicina occidentale fu un medico irlandese, William Brooke O'Shaughnessy. Dopo averla scoperta in India, intorno al 1830, tornò in Inghilterra per tramandarne l'uso. Da qui, la cannabis si diffuse in tutta Europa e negli Stati Uniti, dove venne inserita nella Farmacopea. L'uso della marijuana negli USA iniziò a diminuire in seguito all'approvazione del Marihuana Tax Act del 1937, che proibì la sostanza a livello federale, consentendone solo l'uso medico ma con diversi limiti. Poi, con il Controlled Substances Act del 1970, la cannabis venne vietata, a prescindere dall'uso, perché classificata tra le droghe più pericolose e inserita nella Schedule I, insieme a eroina e cocaina. Nonostante i divieti, però, le testimonianze di pazienti affetti da cancro e Aids che avevano fatto uso della sostanza suscitarono un nuovo interesse in ambito medico. E nel 1996, la California divenne il primo Stato a legalizzare la cannabis medica, nonostante la legge federale ne vietasse l'utilizzo. Iniziò così, negli Stati Uniti, il fenomeno della marijuana terapeutica che portò i vari Stati a varare leggi a favore dell'uso della sostanza per trattare diversi disturbi medici.

Nonostante gli Stati Uniti siano stati i primi a reintrodurre l'uso terapeutico della cannabis, la legislazione in materia risulta ancora carente e manca un vero e proprio approccio medico nei suoi confronti, dato che spesso la differenza tra uso medico e ricreativo risulta sottilissima. La vendita della sostanza, infatti, non avviene in farmacia ma in negozi specifici gestiti da personale non sanitario, mentre i pazienti non sono tenuti a rispettare precise indicazioni riguardanti la quantità da assumere giornalmente.

Oggi, a livello federale, l'uso della marijuana rimane proibito in virtù del Controlled Substances Act, ancora in vigore. In base a questa norma, la Drug Enforcement Administration classifica la cannabis come una droga ad alto potenziale di abuso, inserendola nella Tabella I e non consentendone alcuno uso medico. Questa legge è valida ancora oggi e proibisce qualsiasi uso della sostanza, ma nel corso del tempo sono state intraprese diverse azioni nel tentativo di "ammorbidire" la legislazione in materia. Per questo, nel 1996 la California approvò la Proposition 215, per legalizzare la cannabis terapeutica, ma l'amministrazione Clinton si oppose e minacciò di revocare la capacità di prescrizione ai medici che ne avevano indicato l'utilizzo. Successivamente, il governo federale intervenne per far rispettare la legge anche negli Stati che si erano pronunciati a favore dell'uso terapeutico della sostanza. Fu solo nel 2014 che l'emendamento Rohrabacher-Farr, introdusse il divieto per il Dipartimento di Giustizia di spendere fondi per interferire con l'attuazione delle leggi statali sulla marijuana medica. Negli ultimi due anni, infine, il percorso per la legalizzazione della cannabis ha compiuto un altro passo importante negli Stati Uniti: nel 2019, il Comitato giudiziario della Camera ha approvato il disegno di legge Marijuana Opportunity, Reinvestment and Expungement Act (MORE Act) che nel 2020 è passato con un voto di 228 favorevoli alla Camera dei rappresentanti. Si tratta di un passo storico nella storia della cannabis negli USA, perché è la prima volta, in mezzo secolo, che una Camera del Congresso approva un disegno di legge determinato a porre fine al divieto federale: se diventerà legge, infatti, la marijuana verrebbe rimossa dalle sostanze inserite nella Tabella I del Controlled Substances Act.

Nonostante la legge federale vieti l'uso della sostanza, a partire dal 1996 numerosi Stati hanno approvato norme che consentono l'utilizzo della marijuana medica. Oggi, 36 Stati e 4 territori USA hanno reso disponibili programmi di cannabis terapeutica, mentre altri 13 hanno introdotto la possibilità di usare prodotti "a basso contenuto di THC" per motivi medici.

Le differenze con l'UE

In Europa, a differenza degli Stati Uniti, le leggi internazionali non vietano l'utilizzo della cannabis o di prodotti a base della sostanza per scopi medici, nel trattamento di patologie e disturbi ben definiti. Per regolamentare i medicinali, sono state introdotte 50 autorità situate in 31 Paesi dello Spazio economico europeo: il sistema garantisce farmaci di qualità, sicuri ed efficaci in tutta l'Unione Europea. Ci sono tre vie che possono essere percorse per autorizzare un farmaco: la prima, centralizzata, rientra sotto la responsabilità dell'Agenzia europea per i medicinali (EMA), che autorizza a livello internazionale la commercializzazione. Le altre due procedure, invece, sono decentralizzate e permettono alle aziende di richiedere l'autorizzazione per introdurre un prodotto in più di uno Stato UE, o in un solo Stato, nel caso in cui il medicinale fosse stato autorizzato precedentemente in un altro Paese UE. In Europa, anche la produzione della cannabis segue questi percorsi.

The European Cannabis Report di Prohibition Partners, ricorda che l'area che maggiormente interessa i governi europei è la ricerca medica: da gennaio 2020, infatti, sono stati attivati 19 studi clinici che stanno "studiando l'efficacia dei farmaci cannabinoidi contro condizioni che vanno dalla schizofrenia all'endometriosi". L'avanzamento nella ricerca va di pari passo con la legalizzazione della cannabis medica in tutti i Paesi europei, sempre più convinti della potenziale efficacia dei prodotti derivati dalla sostanza per il trattamento di patologie e disturbi resistenti ai farmaci tradizionali. Secondo il Report, Austria, Bulgaria, Danimarca, Germania, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svizzera e Regno Unito hanno trial clinici allo studio, mentre Irlanda, Regno Unito, Francia, Lussemburgo e Danimarca sono dotati di sistemi pilota per l'accesso alla marijuana medica. Anche l'Italia è in prima linea nella legalizzazione dell'uso medico della sostanza e ha avviato iniziative per la produzione e l'accesso alla cannabis terapeutica.

Sulla scia degli Stati Uniti, anche in Europa, negli ultimi anni si è assistito a un'evoluzione nella legislazione della cannabis terapeutica e sempre più Paesi hanno accettato il suo utilizzo per il trattamento di disturbi legati al cancro, alla sclerosi multipla, all'epilessia e al dolore refrattario. Ma, a differenza degli USA, in Europa la cannabis medica viene sottoposta a un rigido iter di produzione e somministrazione, paragonabile a quello seguito per i farmaci: i processi di coltivazione e produzione seguono regole ben precise e solamente alcuni stabilimenti sono autorizzati a effettuare la produzione. Inoltre, la vendita della marijuana medica è consentita esclusivamente alle farmacie e solo nel caso in cui il paziente presenti una ricetta medica che specifichi sia la quantità della sostanza che la modalità di somministrazione. Oltre Oceano, invece, l'iter legislativo è meno rigido, tanto che anche chi non usa la cannabis per scopi medici può averne accesso facilmente: la sostanza viene venduta in negozi specifici, non in farmacia, e senza precise prescrizioni mediche.

Tra i Paesi europei più impegnati nella reintroduzione della cannabis medica c'è anche l'Italia che, dal 2006, ha approvato la prescrizione di preparazioni magistrali da parte dei medici e, dal 2015, ha avviato la regolamentazione e la produzione nazionale attraverso la legge Lorenzin. Attualmente, sono due le sostanze di produzione nazionale disponibili nel nostro Paese: la Cannabis FM2, contenente tra il 5 e l'8% di THC e tra il 7,5 e il 12% di CBD, e la Cannabis FM1, che contiene tra il 13 e il 20% di THC e meno dell'1% di CBD. Entrambe le sostanze sono coltivate e prodotte nello Stabilimento Chimico Farmaceutico militare di Firenze, in conformità con le normative europee relative ai medicinali. Nonostante l'Italia sia tra i Paesi all'avanguardia sulla legalizzazione della cannabis medica, si assiste a un problema relativo alla disponibilità del prodotto. La produzione e l'importazione della sostanza, infatti, è possibile solamente entro un certa quantità, dopodiché il prodotto non viene più reso disponibile: così, nonostante l'uso medico della marijuana sia legale, non sempre è facile reperirla.

Marijuana ad uso ricreativo

Oltre alla cannabis terapeutica, negli ultimi anni negli Stati Uniti sta prendendo piede anche l'utilizzo di marijuana a scopi ricreativi. Nonostante il suo uso sia vietato a livello federale dal Controlled Substances Act, in 15 Stati e tre territori USA sono state approvate misure che regolano la cannabis per uso adulto, non a scopo terapeutico. Altri Stati, invece, hanno deciso di depenalizzare il piccolo possesso della sostanza, eliminando la pena del carcere e punendo il reato solamente la prima volta o prevedendo una pena nel caso in cui la sostanza in possesso della persona superi un certo quantitativo in grammi. La marijuana ad uso ricreativo viene venduta, come quella medica, in negozi dedicati.

Anche in Europa non esiste una normativa in grado di regolamentare in modo comune i reati legati al consumo di droga: ogni Stato è responsabile di provvedere alle leggi in materia. In generale, le nazioni europee non sostengono l'uso di marijuana a scopo ricreativo ma, negli ultimi anni, sono stati proposti alcuni progetti di legge e in alcuni Comuni sono state messe in atto iniziative a riguardo, non condivise a livello nazionale. In Europa, la differenza tra cannabis medica e ricreativa è netta e la sua somministrazione è controllata e regolata da modalità ben precise. In Europa, i primi a mettere in atto politiche sulla cannabis furono i Paesi Bassi, che consentirono ai coffeeshop di diventare dei punti per la vendita della sostanza. Queste strutture iniziarono a stabilirsi dagli anni '70 e le autorizzazioni alla vendita della marijuana sono stabiliti dai singoli Comuni, nonostante la legge nazionale punisca la vendita e il possesso personale. Inoltre, in alcuni Paesi sono sorti "club sociali di cannabis", composti da gruppi di persone che coltivano e usano la sostanza. Anche in UE alcuni Paesi hanno deciso di adottare una depenalizzazione, eliminando la pena del carcere per il possesso di piccoli quantitativi di cannabis. E un cambiamento nella politica che ne regola l'uso a scopo ricreativo sembra essere sorto, negli ultimi anni, sul modello degli Stati Uniti. Nel 2019, infatti, il Lussemburgo aveva rivelato l'intenzione di abbandonare il proibizionismo legato alla marijuana, rendendo legale l'acquisto e il consumo della sostanza per gli adulti che intendano farne un uso ricreativo.

La legislazione legata alla cannabis è in continua evoluzione, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. E un cambiamento nella regolamentazione dell'uso della sostanza, sia per scopi terapeutici che per scopi ricreativi, sembra ormai un processo avviato e che nei prossimi anni potrebbe definirsi sempre di più.

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